Category: Enciclopedia RRI

  • Lo scultore Frederic Storck

    Lo scultore Frederic Storck

    A Bucarest si trova una delle più belle case-museo in Romania: il Museo Frederic Storck e Cecilia Cuțescu-Storck, una casa memoriale che fa parte del Museo del Municipio di Bucarest (MMB). Una casa-atelier che colpisce per la sua architettura e il suo stile e, soprattutto, per la collezione d’arte che custodisce. Questo museo ci racconta di due grandi artisti romeni del periodo tra le due guerre, marito e moglie, personalità importanti del mondo culturale e accademico di quel periodo storico.

    Lo scultore Frederic Storck (1872-1942) fu una delle personalità più importanti dell’arte romena tra le due guerre mondiali. Si può affermare con certezza che fu uno degli scultori più rappresentativi e versatili. La sua attività artistica si è svolta in un lungo arco di tempo e l’opera che ha lasciato ai posteri, salvo poche eccezioni, è eseguita con grande maestria, ă molto unitaria e allo stesso tempo molto varia.

    A proposito di Frederic Storck, la vicedirettrice del MMB, Elena Olariu, ci ha raccontato: “Frederic Storck era il figlio di Karl Storck e il fratello di Carol Storck, tutti e tre grandi scultori della Romania moderna. Ha esposto in Romania, ma anche in Germania, perché Frederic Storck aveva studi completi di arte a Monaco di Baviera, in Germania. Ha viaggiato anche a Parigi, dove è rimasto per un certo periodo per completare gli studi, poi è ritornato in Romania. Nel 1901 fu fondata una delle associazioni artistiche più importanti della Romania, la “Gioventù Artistica”. Storck fu uno dei membri fondatori, insieme ad altri grandi artisti romeni. Fu attivo in questa associazione per molto tempo e il suo ruolo più importante era quello di talent scout. In questa ricerca di talenti, per così dire, scoprì e cercò di promuovere Cecilia Cuțescu, che dopo aver terminato gli studi era rimasta a Parigi con il suo primo marito. Col tempo si conobbero meglio, si innamorarono e si sposarono dopo il divorzio di Cecilia Cuțescu. La sua attività presso la “Gioventù Artistica” è legata anche alla vicinanza di questa associazione alla principessa Maria, divenuta un’entusiasta ammiratrice dell’arte romena. Frederic Storck volle attirarla il più possibile in questo settore e lei divenne la protettrice della “Gioventù Artistica”. Il rapporto tra la principessa Maria e Frederic Storck era speciale. Lui era estremamente impegnato, aveva una capacità di lavoro straordinaria ed era in qualche modo l’anima di queste grandi mostre. Il legame con la famiglia reale, che continuava dai tempi di suo padre, fu, per così dire, coronato dal successo, e naturalmente anche Frederic Storck realizzò, come suo padre, diversi ritratti scolpiti dei membri della famiglia reale, tra cui uno realizzato per il re Carlo I, ma anche un altro splendidamente realizzato per la regina Maria. Sono stati recentemente restaurati e sono esposti al Museo Frederic Storck e Cecilia Cuțescu-Storck.”

    L’opera di Frederic Storck è caratterizzata da un armonioso intreccio di classicismo ed elementi modernisti. L’artista praticava un’arte moderata nella visione, con leggere stilizzazioni, nella quale perseguiva l’eleganza della composizione, l’espressione interiore e la perfezione della forma.

    Elena Olariu ci ha parlato di alcune delle opere più importanti dell’artista: “La notorietà di Frederic gli ha portato anche ordini importanti. Ad esempio, ha realizzato 8 cariatidi per il famoso Palazzo Cantacuzino di Bucarest. Nel 1907 Frederic Storck eseguì un importante ordine, due sculture rappresentanti l’industria e l’agricoltura per il Palazzo Amministrativo di Galați e per il comune di Galați realizzò anche il monumento dedicato a Mihai Eminescu. Nel 1930 realizzò, sempre su commissione, il ritratto di Beethoven. Realizzò anche gruppi statuari per la Banca di Credito della Romania. Quindi, in qualche modo Frederic Storck, come suo padre, ha contribuito attivamente all’abbellimento delle città romene moderne…”

    Nel 1906 Frederic Storck divenne professore alla Scuola di Belle Arti di Bucarest. Un insegnante metodico, che godette di grande prestigio artistico. Ha instillato negli studenti il ​​rispetto per il disegno, elemento base che è necessario conoscere nello studio di qualsiasi rappresentazione artistica.

    A proposito della sua attività di docente universitaria, Elena Olariu ci ha detto: “…forse l’attività più importante della sua carriera è stata quella di insegnante presso l’Accademia di Belle Arti di Bucarest, dove ha insegnato scultura per decenni, essendo molto apprezzato e amato dai suoi studenti. Ha dedicato quasi tutta la sua vita al sogno di formare quanti più scultori possibile in Romania. E, infatti, i suoi studenti lo amavano molto per la sua serietà, per la sua straordinaria capacità di lavoro, per il suo talento, e per questa capacità di sacrificarsi e di donare tanto alla comunità alla quale apparteneva.”

  • I pogrom di Iași e Bucarest

    I pogrom di Iași e Bucarest

    Nel 2025 ricorrono 84 anni dal “Pogrom di Bucarest” del 21-23 gennaio 1941 e 80 anni dalla liberazione del maggiore campo di sterminio nazista, quello di Auschwitz (Polonia), il 27 gennaio 1945. Due commemorazioni tristi per la storia moderna del mondo e della Romania. Il Pogrom di Bucarest ha rappresentato una serie di manifestazioni violente e omicidi nei confronti degli ebrei, che sono avvenuti durante la Ribellione Legionaria del gennaio 1941. E’ considerato il più grande e violento pogrom contro gli ebrei nella Valacchia (regione della Romania). Nello stesso anno, nel 1941, nella Moldavia, è avvenuto, nel periodo 27-30 giugno, un altro pogrom, forse il più violento nella storia degli ebrei di Romania. In quei giorni del giugno 1941 sono stati uccisi 13.266 cittadini ebrei di Iași.

    Il regista Copel Moscu è di origine ebraica. Ha realizzato più di 50 corto- e lungometraggi, come regista e sceneggiatore e ha vinto molti premi nazionali e internazionali. Alla fine del 2024 ha avuto luogo la prima del suo film “Fotografii însângerate/Fotografie insanguinate”, un documentario che evoca i terribili avvenimenti accaduti durante il Pogrom di Iași. Abbiamo parlato con il regista delle sue origini e di com’erano considerati questi avvenimenti durante la sua infanzia e gioventù, prima del crollo del comunismo nel 1989: “Prima di tutto, sapete che io provengo da una famiglia di origine ebraica. La parte interessante è che nel periodo della mia infanzia e gioventù non ho sentito alcun tipo di evocazione di questo pogrom, quest’avvenimento terribile, una macchia nera nella storia moderna. I miei genitori hanno voluto però impedirmi di giudicare quei tempi, non avendo conoscenze in merito. Ero molto interessato a scoprire quello che era successo ai nostri parenti, perché abbiamo avuto anche vittime, parenti e amici che sono stati vittime dell’Olocausto. Ecco che quest’oscuramento della storia reale andava molto di moda in quel periodo. Le autorità comuniste discutevano pochissimo, se non affatto, di quel periodo. Non era vietato, però era meglio se non ne parlavi. … E’ stato uno sviamento estremo della storia. Spero che sia l’unico momento nella storia, in cui persone che si conoscevano molto bene tra di loro sono poi diventate nemiche e alcune hanno soppresso altre senza una spiegazione molto chiara, solo per odio. … ”

    Il regista Copel Moscu ci ha raccontato come ha lavorato a questo documentario: “Al Consiglio Nazionale per lo Studio degli Archivi della Securitate (la polizia politica del regime comunista) – CNSAS – sono conservate le foto di quegli avvenimenti. Esistono ancora molti documenti e immagini classificati, non so perché, ma un giorno saranno declassificati e offerti al pubblico. E’ molto interessante che, ecco, ci sono ancora cose segrete della nostra storia e probabilmente continueremo ad avere delle sorprese, perché i documenti, le foto, le immagini e i racconti di quei tempi cominciano a chiarirsi e ognuno di noi interpreterà tutto nel proprio modo di pensare moderno. Dobbiamo capire che una determinata epoca ha una certa visione sulla storia ed è difficile capirla se non entriamo nei più approfonditi dettagli. … ”

    Il documentario “Fotografii însângerate/Foto insanguinate” presenta immagini che rilevano i preparativi e la messa in atto del pogrom, dai segni posti sulle case abitate da ebrei, alle colonne di ebrei costretti a scavare i fossati in cui sarebbero stati poi buttati i loro prossimi. Copel Moscu ci ha parlato dell’effetto di queste foto sul pubblico e del modo in cui sono state inserite nel documentario: “Si chiama effetto di parallasse in cui da una foto bidimensionale si passa in qualche modo nella tridimensionalità, nello spazio, in qualche modo si dà la possibilità allo spettatore di vivere più intensamente quell’immagine … Immagini che sono in negativo. Quelle sono proprio nei momenti in cui si parla della morte … Ovvero le persone possono vedere in certi momenti le radiografie delle proprie esistenze. …”

    Questo documentario potrebbe diventare materiale di studio nelle istituzioni d’insegnamento per le nuove generazioni, affinché possano capire quei momenti della storia della Romania? “Secondo me, il film andrebbe proiettato nelle scuole, soprattutto perché è una disciplina quasi obbligatoria. E’ facoltativa, ma inserita nel curriculum scolastico. Si studia l’Olocausto. … Vedendo questo film, i ragazzi potrebbero farsi un’idea su quell’epoca, sui rapporti tra le persone, su come può essere pensata una situazione di crisi … ”

    Questo documentario riporta nella coscienza collettiva momenti di storia drammatica. La legislazione romena dell’ultimo anno di regno di Carlo II aveva elevato al rango di legge la discriminazione razziale degli ebrei, considerati “razza inferiore”. Lo Stato Nazionale Legionario aveva inasprito e limitato le libertà e i diritti civili degli ebrei. Durante la Ribellione Legionaria sono stati arrestati, indagati e torturati migliaia di ebrei di Bucarest. Sono stati profanati e saccheggiati templi e sinagoghe. Nel bosco di Jilava, nei pressi della capitale sono stati commessi omicidi.

    Secondo una statistica di quei momenti tragici, più di 120 ebrei sono stati uccisi nel Pogrom di Bucarest, 1.274 negozi, appartamenti e botteghe sono stati devastati e centinaia di camion con oggetti sono stati saccheggiati. Gli avvenimenti accaduti a Bucarest sono stati smentiti oppure ommessi dalla storia recente dopo la repressione della Ribellione Legionaria. Sono state emesse teorie su presunte cospirazioni degli ebrei e dei comunisti in merito al Pogrom di Bucarest e alla veridicità di quegli atti.

  • Il Casinò di Costanza

    Il Casinò di Costanza

    Il nome di questo insediamento è legato alla leggenda degli Argonauti, ma soprattutto all’esilio del poeta latino Publio Ovidio Nasone. Il simbolo della città oggi è indiscutibilmente il casinò, costruito in stile Art Nouveau e inaugurato nel 1910, il 15 agosto, giorno in cui la Romania celebra la Festa della Marina.

    Sin dal 1879, Costanza non è considerata solo un porto, ma anche una località termale marittima. Nel 1880 venne costruita la prima sala da ballo, la Sala Guarracino, che nel 1891 venne gravemente danneggiata da un forte temporale. Nell’anno seguente, il municipio costruì un nuovo edificio, funzionale fino alla primavera del 1910. La storia del casinò propriamente detta inizia, però, nel 1903, quando il sindaco Cristea Georgescu firmò un contratto con l’architetto Daniel Renard, che progettò i piani del casinò in stile Art Nouveau, spiega Delia Roxana Cornea, direttrice ad interim del Museo di Storia Nazionale e Archeologia di Costanza.

    “Il 15 agosto 1910, venne inaugurato questo splendido Casinò Comunale Carol I, titolo con cui apparve sulla stampa dell’epoca, che trattò molto bene questo argomento. Abbiamo anche dei riferimenti al menù servito in occasione dell’inaugurazione, con uova alla cacciatora, fois gras, vino di Drăgășani e altri prodotti simili. Il casinò ebbe un ottimo sviluppo fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Nel 1916, la Dobrugia cadde sotto l’occupazione tedesco-bulgara e molti degli edifici di Costanza furono occupati e saccheggiati al momento della partenza. Fu anche il caso del Casinò, che era stato trasformato in ospedale militare e, nonostante sul tetto ci fosse la Croce Rossa, pare che una bomba sia comunque caduta, distruggendo parzialmente la scala interna. Ricostruito negli anni ’20, il Casinò ritrovò il suo splendore nel periodo tra le due guerre, quando la Festa del 15 agosto e gli eventi nautici erano molto sentiti sia dalla popolazione locale che dai visitatori. Ma c’erano anche altri eventi. Quasi tutti i balli di beneficenza si svolgevano al Casinò Comunale, abbiamo testimonianze sulla presenza di vari membri della famiglia reale. La tradizione è andata avanti e il 15 agosto viene celebrato con la stessa pompa da decenni fino ad oggi”, spiega Delia Roxana Cornea.

    Il periodo di massimo splendore del Casinò fu quindi raggiunto negli anni ’20 e ’30, quando Costanza divenne una città molto prospera, afferma lo storico e scrittore Cristian Cealera, guida presso il Museo Nazionale di Storia e Archeologia della città. “Non dimentichiamo che in Dobrugia c’erano 19 minoranze, ma in seguito a un censimento a Costanza, che negli anni ’20 contava una popolazione di oltre 56.000 abitanti, vennero registrate non meno di 33 nazionalità. È meno noto che, a quel tempo, c’erano transatlantici tra Costanza e New York e che in alcuni giardini, perfino sulla terrazza del Casinò, si esibivano band provenienti da New Orleans per suonare jazz. È una storia con sale e pepe, perché stiamo parlando di soprani e tenori del Teatro alla Scala di Milano, di compagnie di attori che si contendevano un contratto al Casinò d’estate. I campioni del mondo di pugilato si incontravano al Casinò o nell’arena improvvisata di fronte all’edificio. La gente amava venire qui. Non dimentichiamo le Feste della Marina. Il 15 agosto era l’evento più importante di ogni estate. Naturalmente, il gioco d’azzardo, più diffuso negli anni ’30, portò sia cose buone che cose meno buone. L’intera città prosperava, i ristoranti e gli alberghi registravano ottimi incassi, ma allo stesso tempo il gioco d’azzardo faceva delle vittime. Mentre i ricchi lasciavano Monte Carlo per trasferirsi a Costanza perché era ancora più economico, i meno fortunati, i piccoli funzionari, la gente del posto, non sapevano come gestire questo problema, e da qui tante storie tristi. Abbiamo varie vicende rispecchiate dalla stampa dell’epoca: suicidi, scandali come quello della fidanzata che ha speso i soldi del fidanzato che il giorno dopo era impaziente di spararle sul lungomare del Casinò”, spiega Cristian Cealera.

    Dopo il 1940, l’edificio entrò in un cono d’ombra, perché la Seconda Guerra Mondiale era già scoppiata. Fu occupato dalle truppe tedesche e poi da quelle sovietiche, dopo l’ottobre del 1944.

    Il casinò ebbe una triste storia durante il periodo comunista, almeno all’inizio. Nonostante sia stato lasciato in stato di abbandono per lungo tempo, la questione del suo riutilizzo è stata nuovamente sollevata e per la ristrutturazione degli anni ’50 furono messi a lavorare anche detenuti politici provenienti dalle prigioni e dai lager del Canale Danubio-Mar Nero. Una triste realtà, testimoniata anche da due pezzi di carta scritti dalla squadra guidata dagli architetti Constantin Joja e Ion Cristodulo, all’epoca prigionieri politici. La prima nota è stata scoperta nei muri del casinò durante i lavori di restauro avviati all’inizio del 2020, la seconda nel 2023.

    Dagli anni ’80 fino a dopo il 1990, il Casinò di Costanza ha funzionato come ristorante-terrazza. Dopo il 2000, è rimasto chiuso al pubblico finché non siano stati trovati fondi sufficienti e soluzioni per il restauro. L’edificio ospiterà spazi espositivi dedicati alla storia del Casinò e un centro culturale multifunzionale.

  • La Fortezza di Tighina

    La Fortezza di Tighina

    La cittadella di terra era probabilmente rotonda o semicircolare, con un fossato difensivo, e le abitazioni erano in legno, di tipo capanna, come hanno dimostrato gli scavi archeologici. La fortezza fu ricostruita dal principe moldavo Petru Rareș e poi conquistata dal sultano turco Solimano il Magnifico nel 1538, diventando capoluogo di Raia turca (un’unità amministrativa dell’Impero Ottomano). Il suo nome fu cambiato in Bender (che significa porto fluviale o luogo di ormeggio). Durante questo periodo la cittadella fu ricostruita in pietra e ampliata, essendo terminata nel 1541. La cittadella ebbe poi un destino tumultuoso, passando per un periodo sotto il controllo dell’Impero russo fino al 1812, quando iniziò a perdere la sua antica importanza strategica.

    Cristina Rus, guida turistica, ci ha parlato della Fortezza di Tighina e della sua storia: “Naturalmente le fonti sono molte e le informazioni variano anche a seconda della provenienza della guida che ci parla. Se la guida proviene dalla parte sinistra del Dniester (Transnistria), preferirà dire che si tratta di una fortezza costruita da Solimano il Magnifico. Io preferisco credere che questa sia una delle fortezze costruite da Stefano il Grande e Santo, e possiamo sostenere questo fatto facendo riferimento alle informazioni che confermano che Stefano il Grande, per la difesa dei confini nella parte orientale della Moldavia, costruì fortezze di difesa sulla riva destra del Dniester. Tra queste ci sono altre fortezze, come quelle di Hotin, Soroca, Tighina, ma anche la Fortezza Bianca. Quindi, di tutte queste 4 fortezze costruite da Stefano il Grande sulla riva destra del fiume Dniester per la difesa, oggi controllate dalle autorità della Repubblica di Moldova, rimane solo la fortezza di Soroca. Tornando alla storia della fortezza di Tighina, come dicevo, il primo ordine di costruire la fortezza arrivò da Stefano il Grande, anche se il nonno di Stefano il Grande, Alessandro il Buono, fu colui che menzionò per la prima volta la località di Tighina. Quindi, Stefano il Grande costruì la fortezza e Petru Rareș la rafforzò con la pietra. Poi, già nel XVI secolo, Solimano il Magnifico conquistò la fortezza. Con ogni conquista e ogni sovrano, avvennero dei cambiamenti. Quindi, la fortezza che vediamo oggi non assomiglia esattamente a quella che era ai tempi di Stefano il Grande. È comunque inserita nel circuito “Sulle orme di Stefano il Grande e Santo”. Era costruita in pietra calcarea con sabbia mista a uova e pelliccia di animali. All’epoca non c’erano altri materiali da costruzione, ma questi materiali erano sufficientemente resistenti e qualitativi da far sì che le mura della fortezza siano sopravvissute fino ad oggi. Alcune costruzioni della zona della fortezza non sono sopravvissute fino ad oggi, perché questa fortezza, fino a poco tempo fa, aveva solo uno scopo militare e solo nel XXI secolo ha aperto le sue porte alle visite turistiche. Negli ultimi anni è stato sistemato anche il parco all’ingresso nella fortezza. Ci sono torri di difesa. La fortezza è circondata su tre lati dal canale, che era vuoto e mai riempito d’acqua, per impedire ai nemici di entrarci facilmente. Dall’altro lato c’era la riva del fiume Dniester. Era costruita sulla riva del fiume, quindi è sempre stato un luogo molto conveniente per il commercio. Nel Medioevo, i mercanti arrivavano dal Mar Nero sul fiume Dniester, salivano alla fortezza e in uno dei suoi spazi si organizzava un mercato dove venivano mercanti da tutti i Paesi. Le guide locali raccontano che nella zona c’erano anche chiese o edifici di culto religioso di diversi popoli venuti per scambi commerciali. Dicono che ci sarebbero state una chiesa armena e una chiesa greca e persino una moschea. Finora non sono state rinvenute rovine che dimostrino queste cose, quindi dobbiamo crederli sulla parola.”

    Quattro fortezze furono costruite dal principe della Moldavia Stefano il Grande, come punti di difesa lungo il fiume Dniester: Soroca, Tighina, Hotin e la Fortezza Bianca, con uscita sul Mar Nero. La storia di queste fortezze e dei loro territori fu molto movimentata nel corso della storia recente, dopo il 1812. Particolari da Cristina Rus: “La Fortezza Bianca e la Fortezza di Hotin sono entrambe costruite sulla riva destra del fiume Dniester, per ordine di Stefano il Grande. Oggi queste due fortezze non si trovano sul territorio della Repubblica di Moldova e ciò è avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i territori furono divisi. Per far capire meglio perché accadde questo, tornerò un po’ indietro nella storia, nel 1812, quando la nostra storica Moldavia venne divisa in due, il fiume Prut essendo utilizzato come confine naturale. Questa divisione dei territori avvenne sia dopo la guerra russo-turca che dopo la guerra tra l’Impero Ottomano e i principati romeni. I principati romeni persero la guerra, quindi dovettero offrire qualcosa all’Impero Ottomano. Nello stesso anno, 1812, l’Impero Ottomano perse la guerra contro l’Impero Russo e così l’Impero Ottomano dovette dare qualcosa ai russi. … In Bessarabia iniziarono gli investimenti dell’Impero russo … L’Impero Russo aveva bisogno che la città si trasformasse in una capitale regionale, in modo da agevolare il suo controllo sull’intero spazio. Decisero quindi di scegliere la località di Chișinău, che fino a quel momento era un villaggio piuttosto piccolo. … La Prima Guerra Mondiale. Per molti Paesi europei i confini cambiarono. …E poi, essendo questo un periodo rivoluzionario eccezionale, i russi non riuscirono ad agire abbastanza rapidamente. Ma capirono di aver perso un pezzo di terra su cui avevano investito negli ultimi 100 anni. … dalla Bessarabia, appena entrata a far parte dell’Unione Sovietica, fu presa anche l’uscita verso il mare, dove abbiamo la Fortezza Bianca e la Bucovina settentrionale, dove abbiamo la Fortezza Hotin. … E così perdemmo il controllo su queste due fortezze, Hotin e la Fortezza Bianca, che oggi si trovano in Ucraina.”

  • Le tombe di Tomi

    Le tombe di Tomi

    La colonia antica di Tomi sulla riva romena del Mar Nero iniziò la sua esistenza sei secoli prima dell’inizio dell’epoca cristiana. È conosciuta, tra l’altro, anche come luogo di esilio del poeta latino Pubblio Ovidio Nasone (43 avanti Cristo – 17 dopo Cristo). Nella sua storia, Tomi ebbe alcuni periodi di sviluppo e subì delle influenze successive. Durante l’antichità, la città attraversò due grandi periodi: quello ellenistico, tra i secoli VI-I avanti Cristo, e quello romano, tra il I secolo avanti Cristo e il VI secolo dopo Cristo. Fino all’anno 1877, quando entrò a fare parte della Romania con la denominazione di Costanza, la città attraversò il periodo bizantino, tra i secoli VII e XIV, e il periodo ottomano, tra i secoli XIV e XIX, quando ricevette un’altra denominazione, Kiustenge.

    Le tombe e le necropoli sono siti estremamente preziosi per gli archeologi e quelle di Tomi sono rilevanti per la ricostituzione del processo di abitazione dell’antica città. L’archeologo Constantin Băjenaru è uno degli esperti che studiano il fondo funerario di Tomi. Egli ha accennato alla più antica necropoli del periodo ellenistico della città, ora scomparsa, che appare però in un’immagine fotografica risalente al 1881: “Si tratta del tumulo funerario che era ancora visibile nel XIX secolo. Poi c’è il piano dell’archeologo Pamfil Polonic dal quale partono alcune vie che noi abbiamo seguito nel corso delle ricerche e, in primo luogo, quelle che Polonic ha visto nel 1896. La città moderna si sviluppava ancora lentamente, non aveva superato la zona romana del parco archeologico di oggi. Polonic vide, abbastanza chiaramente, una via principale, una vecchia strada romana, con un tumulo molto importante che esisteva nella zona. È, infatti, il più alto tumulo esistito nella necropoli di Tomi e che, ovviamente, oggi non si vede più. C’erano anche altre vie più piccole, con tumuli di terra e di pietra verso sud.”

    Gli specialisti che hanno lavorato a Tomi non hanno scoperto tracce di abitazione prima dei secoli VI-V. I primi segni di urbanistica risalgono al V secolo e sono costruzioni in pietra. Però vista la presenza degli altri insediamenti greci in prossimità, gli archeologi, per analogia, emettono ipotesi che ne spieghino l’assenza. Nella colonia Apollonia Pontica, a 310 chilometri sud di Tomi, sulla spiaggia, è stata scoperta una grande necropoli risalente al IV secolo, e a Histria e Callatis esistono altre prove. Gli archeologi romeni hanno emesso l’ipotesi dell’esistenza di una necropoli simile a Tomi che sarebbe crollata in seguito all’erosione. Constantin Băjenaru: “Possiamo immaginarci l’aspetto delle necropoli di Tomi se non ci fosse stata la città moderna, abbiamo gli esempi delle città di Histria e Callatis. Histria è ancora visibile, Callatis era ancora bene documentata per quanto riguarda il tumulo funerario negli anni della seconda guerra mondiale. Una famosa immagine della seconda guerra mondiale ci fa vedere molto bene la presenza di numerosi tumuli nella necropoli. Possiamo immaginarci che qualcosa di simile sia esistito anche a Tomi, ovviamente un’immagine valida soprattutto per il periodo di massimo sviluppo di una città, cioè diciamo la prima epoca romana. Immaginiamo questo perché anche a Histria ci fu uno sviluppo simile a partire dal VI secolo fino ai secoli II-III, quando probabilmente vennero eretti gli ultimi tumuli.”

    Diversi lavori edili hanno portato alla scoperta di numerose tombe isolate o di aree funerarie di diverse dimensioni. Le tombe di Tomi del periodo ellenistico erano formate da una buca di accesso con gradini, di tre-quattro metri di profondità, per scoraggiare le rapine, e una nicchia laterale in cui venivano deposti uno o più defunti, nella maggior parte dei casi, di spalle. Ai piedi venivano depositati gli oggetti. In una tomba sono stati rinvenuti lampade a olio, offerte di carne in ciotole, fibule, gioielli, armi e giocattoli, nelle tombe di bambini. I rituali funebri erano due, di incinerazione e di inumazione. Inoltre, c’erano delle vie che portavano alle tombe.

    Abbiamo chiesto a Constantin Băjenaru se sono state rinvenute delle tombe speciali o di esponenti locali a Tomi: “Abbiamo degli indizi di tombe di militari, ad esempio la necropoli di Poiana, dove c’è una tomba con equipaggiamento militare. Ma sono assai rare. Oltre alle tombe del IV secolo, che hanno delle fibule con teste a cipolla di cui si suppone siano appartenute a persone di sesso maschile che avevano in qualche modo a che fare con l’esercito, ci sono anche alcune tombe con cintura, risalenti sempre al IV secolo. Però nella Tomi propriamente-detta non esistono prove che attestino l’esistenza di tombe di militari. Oltre alle spettacolari tombe della fine della seconda metà del I secolo, che indicano chiaramente personaggi importanti, non esiste una tomba imponente. Lungo la via principale verso Histria, nella zona di Movila Mare, c’è qualcosa che molto probabilmente era un mausoleo. Si tratta di una costruzione di pietra e lì c’è anche un deposito monetario. Questa potrebbe essere la scoperta più spettacolare.”

    Il periodo romano portò dei cambiamenti a Tomi. Le necropoli diventarono più grandi e le tombe più piccole e più vicine, il che rileva un aumento del numero di abitanti. Con la comparsa e la diffusione del cristianesimo si fece la transizione dal paganesimo, diminuì il numero delle tombe di incinerazione e aumentò quello delle tombe di inumazione. La transizione significò anche la comparsa delle catacombe, il cambiamento dell’orientamento del defunto in direzione est-ovest, rispetto al vecchio orientamento nord-sud, e la comparsa delle tombe individuali a 2 metri di profondità.

  • La fortezza Soroca

    La fortezza Soroca

    Le poche testimonianze archeologiche e documentarie esistenti su questa fortezza rilevano che fu eretta dal principe della Moldavia Stefano il Grande nel 1499 e venne ricostruita in pietra dal principe Petru Rareș alla metà del XVI secolo. La fortezza fu un centro strategico di difesa nella Moldavia medioevale, centro commerciale difeso dalle fortificazioni e centro economico dell’intera zona di Soroca.

    Anche la denominazione di “Soroca” ha una storia e un significato. “Soroc” significava una scadenza, una data fissa entro la quale andava realizzata un’azione oppure dovevano essere portati a termine certi impegni, un limite, un margine. Altre fonti attribuiscono l’origine della parola “Soroca” alle parole “Sora, Sorița, Soare” presunti nomi dei primi possessori della tenuta situata nella Valle del Dniester dove venne eretta successivamente la fortezza.

    Dumitru Ungureanu, museologo e guida presso la Fortezza Soroca, con particolari sull’origine della fortezza: “La storia è parzialmente celata, poiché la prima menzione della Fortezza capoluogo risale al 12 luglio 1499, in un trattato di pace concluso tra Giovanni Alberto e Stefano il Grande. Nella Lettera di Hârlău, in cui viene convocato il Consiglio del Paese è incluso anche un capo della provincia di Soroca di nome Coste, il che attesta che nel 1499 la Fortezza di Soroca esisteva già, ma nessuno sapeva purtroppo quanto tempo prima era stata eretta. Sappiamo con certezza che prima di quella in pietra che vediamo adesso, c’era una di legno e terra, di grandi dimensioni. Alcuni storici ritengono che nel 1499 ci fosse ancora la vecchia fortezza di legno e terra, mentre quella in pietra, secondo loro, apparve dopo il 1543. C’è una lettera di Petru Vodă Rareș, figlio di Stefano il Grande, che si rivolgeva ad un artigiano di Bistrița pregandolo di venire a lavorare nella fortezza Soroca. Solo che non sono molto d’accordo con quest’opinione. Nelle ultime tappe archeologiche troviamo monete dei tempi del principe Bogdan III, un periodo precedente il regno di Petru Vodă Rareș e, inoltre, nel 1512, la fortezza era menzionata in un’altra lettera di Bogdan, in latino, Castrum nostru Soroceanu”, cioè il nostro castello di Soroca che ci difende dai pagani. Dunque, nel 1512, probabilmente Bogdan conosceva le dimensioni della fortezza di Soroca e il fatto che assomigliava piuttosto a un castello che a una fortezza. La seconda cosa, potete chiedervi quante volte avete visto castelli di legno? Se era di legno non si chiamava castello. Rafforzamento di legno, parzialmente con la pietra. Vuol dire che nel 1512 la fortezza di pietra c’era già e, purtroppo, nessuno conosce fino ad oggi, l’anno in cui è stata eretta. C’è la testimonianza di un prete, Răuțu Melete, che diceva che nel momento di una visita di un esponente presso la fortezza Soroca, egli avrebbe preso una pietra commemorativa sulla quale stava scritto l’anno in cui era stata eretta la fortezza Soroca e che un artigiano che sarebbe stato il coordinatore dei lavori aveva partecipato alla sua costruzione. Solo che questa pietra non è stata trovata e non sappiamo dove sia.”

    La fortezza Soroca ha una forma particolare e una suddivisione innovativa per i tempi in cui è stata eretta. Particolari da Dumitru Ungureanu: “Il modo in cui è costruita la fortezza Soroca è unico nel mondo. La sua architettura è molto simile all’architettura italiana. Prima di tutto, considerate le sue dimensioni. Le dimensioni della fortezza Soroca equivalgono a cento passi, una cosa spesso molto presente nell’architettura italiana. Le torri si trovano a 13 metri di distanza l’una dall’altra. In più, ci sono dei lavori fatti nella fortezza che rappresentano delle innovazioni, non sono presenti in altre città medioevali moldave. Ad esempio, in ogni torre circolare – la fortezza avendo cinque torri, una rettangolare e altre quattro circolari – esiste un bagno per i soldati, come un sistema normale di fognature. Dovete capire che i sistemi di fognature nella Moldavia medioevale, nell’architettura, apparvero solo nel XVII secolo, non nel XV o all’inizio del XVI. Quindi tecnologia duecento anni prima. Al piano di sopra della fortezza Soroca c’è la Via delle Guardie. Anche questa è un’innovazione, perché nessun’altra fortezza aveva una via delle guardie a 360 gradi. Grazie alla via delle guardie, chi tirava con l’arco aveva un vantaggio di qualche decina di metri. Avvicinarsi con l’esercito era praticamente impossibile. Lo stesso valeva anche per chi sparava con il cannone. La pietra di cui è costruita la Fortezza Soroca è la marna, molto fine. Quindi non poteva essere distrutta dalle palle di pietra. Per questo la troviamo ancora in buono stato. La fortezza Soroca non è stata mai distrutta. La sua autenticità è del 70-75%, essendo la meglio conservata fortezza della Moldavia medioevale fino ad oggi.”

    La fortezza Soroca è stata restaurata tramite progetti speciali dopo l’uscita della Repubblica di Moldova dall’Unione Sovietica: “Entrambi i progetti di restauro risalgono al periodo dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica: uno dal 2013 al 2015 e l’altro dal 2021-2023, finanziati dall’Unione Europea. Nella prima tappa è stata ristrutturata completamente la torre rettangolare all’ingresso e sono stati rifatti i tetti di tutte le torri. Nell’ultima tappa di restauro sono state consolidate le mura della Fortezza Soroca tramite l’iniezione della malta di calce e sabbia tra le pietre rimaste purtroppo senza malta. Dopo di che le mura della fortezza sono state lavate. Per questo sento spesso persone che dicono che tutto sembra nuovo.”

  • Il matematico e poeta Dan Barbilian – Ion Barbu

    Il matematico e poeta Dan Barbilian – Ion Barbu

    Poche sono le personalità che riescono a eccellere in campi diversi, a volte addirittura opposti. E’ stato anche il caso del matematico e poeta Dan Barbilian / Ion Barbu che è entrato nella storia romena per le sue due passioni, per la matematica e per la letteratura. Il matematico Dan Barbilian / il poeta Ion Barbu ha avuto un talento unico per la scienza della matematica e per l’arte della poesia, ma per valorizzare questo talento ha lavorato intensamente.

    Dan Barbilian è nato nel 1895 a Câmpulung Muscel in una famiglia di magistrati e si è spento nel 1961 a Bucarest. Era appassionato di matematica già dalle elementari e durante gli studi liceali ha pubblicato sulla “Gazzetta Matematica”, rivista in cui hanno manifestato la propria vocazione i più importanti matematici romeni.

    Agli stessi anni risale anche l’inizio della sua passione per la poesia, però il debutto letterario è avvenuto nel 1919, sulla rivista “Sburătorul”, più tardi rispetto al suo debutto nella matematica. Si è dedicato allo studio della matematica in Romania all’Università di Bucarest e, dopo la fine della prima guerra mondiale, tra il 1921 e il 1924 ha studiato matematica in Germania a Gottinga, Tubinga e Berlino. Nel 1929 è diventato dottore in matematica sotto il coordinamento del matematico e suo professore di Bucarest Gheorghe Țițeica e ha svolto un’intensa attività scientifica partecipando a congressi internazionali.

    È diventato insegnante di algebra presso la Facoltà di Scienze di Bucarest, dove ha insegnato algebra, geometria, teoria dei numeri, teoria dei gruppi, assiomatica. Ha tenuto anche corsi presso diverse università dello spazio tedesco. Una procedura di misurazione è stata intitolata a lui, “gli spazi Barbilian”, e un altro suo contributo ha aperto la strada alla ricerca nel campo della geometria degli anelli.

    Il matematico e scrittore Bogdan Suceavă ha notato le possibilità d’istruzione di cui ha beneficiato un giovane di grande talento come Dan Barbilian in una Romania che si stava costruendo ispirandosi a modelli europei: “Dan Barbilian ha vinto il concorso della Gazzetta nel 1912 ed è molto interessante il fatto che abbiamo trovato un riferimento a lui nella base dati dell’American Mathematical Society. Uno deve essere veramente una personalità per vedere il proprio nome là, con riferimento a un capitolo della matematica. Barbilian ha a che fare con 51C05, si tratta della ring geometry. Ha introdotto gli spazi a lui intitolati nel 1934, e inizialmente era uno che risolveva i problemi pubblicati nella Gazzetta. Ha vinto il concorso della Gazzetta nel 1912, successivamente ha studiato a Gottinga con David Hilbert, Emmy Noether, Edmund Landau, ha lasciato un’opera letteraria interessante nella letteratura romena. Ha avuto contributi molto importanti nel campo dell’algebra, è l’autore di un approccio assiomatico alla meccanica pubblicato nel 1943, che è passato piuttosto inosservato. In fin dei conti, è stato un creatore di matematica di massimo livello, con un allenamento iniziale intorno alla Gazzetta.”

    Allo stesso tempo, il matematico Dan Barbilian scriveva poesia e pubblicava col nome di Ion Barbu, un ritorno al nome originale della famiglia. Si è trovato nella cerchia del critico letterario Eugen Lovinescu e del suo cenacolo “Sburătorul”. Un altro critico letterario, Tudor Vianu, amico di Barbu durante il liceo, è l’autore di un volume che analizza la poesia del matematico. Secondo Vianu, la creazione poetica di Barbu si suddivide in alcuni periodi: quello parnassiano ispirato alla poesia parnassiana francese fino al 1925, il periodo della ballata orientale dopo il 1925, ispirato ad autori romeni come Anton Pann oppure agli scritti il cui protagonista era Nastratin Hogea, e il periodo ermetico. L’ultimo periodo è stato definito così dai suoi esegeti per i significati poetici cifrati presenti nelle opere di Ion Barbu. Due poesie dell’opera poetica di Barbu sono molto conosciute oggi, “Riga Crypto și lapona Enigel” e “După melci – Alla ricerca di lumache”, questo essendo il titolo di una canzone folk composta da Nicu Alifantis nel 1979.

    Leggendo le note di Dan Barbilian, Bogdan Suceavă è stato piacevolmente sorpreso di scoprire una descrizione letteraria di grande impatto dei ricordi del matematico legati a momenti importanti della sua vita: “A proposito del concorso del 1912, scriveva negli anni ’50: <Il problema reca l’impronta di Ion Banciu, membro nella commissione di algebra, amato e indimenticato grande professore.> Barbilian era sentimentale quando voleva. <Oltre a mio padre, avrò mai incontrato un uomo che mi abbia creduto e aiutato così tanto? Țițeica non aveva lo slancio, il calore e la generosità di Banciu. Voglio restare l’allievo di Banciu e poi di Felix Klein e Richard Dedekind, di nessun altro.> Qui è un po’ ingiusto, perché Țițeica lo ha aiutato molto, ma non penso che lo accarezzasse. Gli fissava delle scadenze e a Barbilian non credo che piacessero le scadenze. Non avrebbe fatto fronte alle deadlines. <Cosa avrò scritto nella tesi? L’opinione di Țițeica, molto buona, sull’algebra, mi ha meravigliato. Ce l’avrò fatta con tutti i calcoli numerici? Se il dettaglio della tesi mi sfugge, ritrovo invece l’atmosfera di quella sala piena di polvere della Scuola di Ponti e di quel pomeriggio quasi nordico, con luce polarizzante. La tesi di geometria di stamattina la sento ancora oggi come un momento vissuto. La tesi di algebra rimane alquanto ipnotica.> Non dimentichiamo che entrambe si svolgevano nello stesso giorno. Oggi io non farei così. Quest’atmosfera, in cui dimentichi te stesso e durante un concorso hai quella sensazione ipnotica, questo sì, lo possiamo capire. Così era nel 1912, così anche più tardi, così sempre. L’intensità di una tesi di matematica resta. La cosa interessante è come descrive quest’esperienza quattro decenni dopo, è una cosa notevole. Sono problemi sui quali torna alla vecchiaia e che analizza da una prospettiva avanzata.”

    Il matematico Dan Barbilian / il poeta Ion Barbu ha dimostrato che i confini tra i settori non sono fissi e che le passioni possono essere complementari. E che l’essere umano può essere in ugual misura razionale e sentimentale.

  • Certificato di liberazione dalla servitù intestato a Oprea Matei

    Certificato di liberazione dalla servitù intestato a Oprea Matei

    La Rivoluzione Romena del 1848 è stata parte della rivoluzione europea dello stesso anno ed espressione del processo di affermazione della nazione romena e della coscienza nazionale. La servitù è esistita nei Principati Romeni lungo la loro esistenza. La servitù era uno status di subordinazione, che aveva aspetti comuni ma anche differenze da quelli di servo della gleba e di schiavo. La schiavitù è stata soprattutto una situazione delle persone di etnia rom. I servi erano di proprietà del padrone, che disponevano di loro come di qualsiasi altro bene, nonché del diritto di essere risarciti se privati del loro bene (il Codice penale del 1818 della Valacchia precisava che “Tutti gli zingari sono nati servi” e che “Gli zingari senza padrone sono di proprietà dello stato”). L’origine indiana dei primi rom è conosciuta grazie alla loro lingua, ma non si può dire lo stesso sull’origine della servitù dei rom nello spazio dei Principati Romeni.

    Al Museo Nazionale di Storia della Romania (MNIR) si sono conservate prove che documentano la liberazione dei rom dalla servitù. Un documento molto importante tra questi è il “Certificato di liberazione dalla servitù intestato a Matei Oprea”. Del documento e della sua importanza nel contesto storico dell’epoca abbiamo parlato con Andreea Ștefan, museologa presso il Museo Nazionale di Storia della Romania: “Il certificato di liberazione dalla servitù intestato a Matei Oprea” è un documento conservato nelle collezioni del Museo Nazionale di Storia della Romania, che attesta un episodio di un processo storico più lungo che interessa i Principati Romeni della Valacchia e della Moldavia nel XIX secolo, che si è svolto tra il quarto e il quinto decennio. Si tratta delle riforme che hanno portato alla liberazione dei rom dalla servitù. La schiavitù della popolazione rom dei due principati era un fenomeno che, alla metà del XIX secolo, rappresentava già il più importante e grave problema sociale che i due principati dovevano risolvere.”

     

    Andreea Ștefan ci ha parlato dello spirito rivoluzionario del 1848, influenzato dalle politiche e dalla cultura europea dell’epoca, citando il brano sulla liberazione dalla schiavitù del programma adottato a giugno 1848 dal movimento rivoluzionario della Valacchia, la “Proclamazione di Islaz”: “La liberazione dei servi è già menzionata nel documento in cui rendono noto il loro programma, ovvero la Proclamazione di Islaz, pubblicata il 21 giugno. … la formulazione riflette la profonda vergogna sentita da questi giovani intellettuali con studi nell’Occidente, eredi dei valori illuministi, a causa dell’idea che nel loro Paese veniva tramandata una simile pratica sociale antiquata e soprattutto  completamente inumana. Cito, quindi un brano del testo della Proclamazione di Islaz: “Il popolo romeno rinuncia all’inumanità e alla vergogna di tenere servi e dichiara la libertà degli zingari posseduti da persone private… ”

    Andreea Ștefan ci ha offerto altri dettagli sull’atteggiamento e le azioni dei rivoluzionari del 1848, e sulla loro responsabilità in quei momenti, comprese le responsabilità della Commissione per la Liberazione dei Servi: “Dobbiamo però prendere in considerazione, da una parte, la pressione che c’era su di loro e la necessità di sembrare negli occhi della popolazione quanto più accettabili, quindi moderati. D’altra parte, dobbiamo ricordare che questi giovani con studi in Francia provenivano dall’élite sociale, spesso proprietaria di terre, che aveva incassi importanti dallo sfruttamento del lavoro gratuito prestato dai servi. A soli 5 giorni dalla Proclamazione di Islaz, il 26 giugno, venne creato anche l’ente che avrebbe implementato questa importante riforma sociale, ovvero la Commissione per la Liberazione dei Servi, che aveva due compiti principali, quello di emettere i certificati di liberazione dalla servitù e di rilasciare i certificati di risarcimento.”

    Andreea Ștefan con particolari sul “Certificato di liberazione dalla servitù intestato a Oprea Matei” che si trova nel patrimonio del Museo Nazionale di Storia della Romania: “E’ un modulo standard, stampato con un alfabeto di transizione, ovvero scritto con un miscuglio di lettere cirilliche e di lettere in alfabeto latino … in questo caso è il certificato numero 19276, … Matei Oprea, aveva 10 anni nel momento in cui ha ricevuto il certificato ed era in possesso di Ion Ghica, anche lui partecipante alla Rivoluzione del 1848 e militante per la liberazione dei servi.”

    Andreea Ștefan ci ha offerto uno sguardo d’insieme sul momento 1848 dal punto di vista della liberazione dalla schiavitù sul territorio dei Principati Romeni: “Il momento 1848 è un passo indietro nel processo di emancipazione dei rom. La legislazione votata dal governo provvisorio è effimera e cessa la sua validità nel momento in cui cessa l’attività anche il governo stesso…”

    Alla fine, Andreea Ștefan ha condiviso con noi alcune opinioni sugli effetti di quelle norme legislative dal 1848 ad oggi: “Il modo in cui la servitù ha colpito la comunità rom è molto complesso, profondo, con effetti a breve termine, che si sono sentiti subito dopo la liberazione, ma ha prodotto anche effetti a lungo termine, che sicuramente abbiamo avvertito nel momento di grande tensione della Seconda Guerra Mondiale, nel momento dell’Olocausto della comunità rom e che si avvertono nella tendenza ancora presente nella comunità attuale a emarginare la comunità rom.”

  • Il matematico Gheorghe Țițeica

    Il matematico Gheorghe Țițeica

    Al Politecnico e presso altre istituzioni di insegnamento universitario vennero formate intere generazioni di ingegneri e di matematici romeni. Una delle personalità emblematiche per lo sviluppo della matematica in Romania fu Gheorghe Țițeica.

    Nacque nel 1873, a Turnu Severin, città sulla riva romena del Danubio e si spense a Bucarest nel 1939, a 66 anni. Molto presto manifestò un interesse particolare per la matematica e per le cosiddette scienze forti, ovvero le scienze formali e le scienze naturali basate sul rigore metodologico, l’esattezza e l’oggettività. Fu il primo ad essere ammesso alla Scuola Normale Superiore di Bucarest, il futuro Politecnico, e studiò matematica anche presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Bucarest. Tra i professori dell’Università di Bucarest, strinse rapporti più forti con il matematico e astronomo Spiru Haret, il più importante riformatore dell’insegnamento romeno.

    Nel 1895 si laureò in matematica e un anno dopo andò a studiare a Parigi. Svolse un’intensa attività matematica e si specializzò in geometria differenziale. Țițeica scrisse sulle reti di uno spazio con “n” dimensioni e introdusse nuove classi di superfici, curve e reti. Formulò “il problema della moneta da cinque lei” oppure il teorema di Țițeica, e i concetti di “superficie Țițeica” e “curva Țițeica”. Si dedicò anche alla popolarizzazione della scienza e all’aumento del livello di insegnamento della matematica in Romania. Una delle sue grandi passioni fu la rivista “Gazzetta Matematica” e fu accanto ai fondatori delle pubblicazioni “Mathematica” e “Natura, rivista scientifica di popolarizzazione”.

    Bogdan Suceavă è matematico e scrittore e si occupa di storia della matematica in Romania. Egli ritiene il periodo di formazione di Țițeica nell’Occidente decisivo per il modo in cui il matematico ha immaginato la sua carriera e si è sentito in dovere di proporre ai suoi compatriotti un’educazione scientifica di massimo livello: “I primi decenni della “Gazzetta” sono legati al nome di Gheorghe Țițeica. Egli beneficiò di borse tutta la sua vita. Era orfano di padre e il fatto che, finalmente arrivò a Parigi contò moltissimo per lui e per il modo in cui finanziò i propri studi. Si diplomò a Bucarest e nel 1896, all’arrivo a Parigi, la prima cosa che gli venne raccomandata fu di studiare all’Ecole préparatoire. In quel primo anno incontrò Henri Lebesgue, il quale diventò sei anni dopo il creatore di un capitolo molto importante dell’analisi matematica. Țițeica, avendo la qualità umana che sappiamo che aveva, frequentò due serie di corsi, quelli dell’École préparatoire e quelli dell’École Normale. Nel primo anno fu un inferno. Fece fronte al più alto livello e la domanda che si pone è perché gli era stato raccomandato di frequentare più corsi? Quando uno veniva da Bucarest a Parigi c’era una certa differenza. A luglio 1897, superò in un solo anno gli esami di certificazione nel calcolo differenziale e integrale, meccanica e astronomia. Si piazzò al primo posto di una generazione straordinaria. Ottenne anche una borsa e un’esenzione dal pagamento della tassa. Quest’esperienza contava a livello formativo. Capì molto presto come stavano le cose, come si doveva preparare, a che livello era la scuola francese e quella romena dell’epoca. Ciò succedeva prima del 1900.”

    La Romania andava a grande velocità verso l’Occidente e la matematica romena era una delle scienze in grande espansione. E la generazione di Țițeica si proponeva l’obiettivo di ridurre le grandi differenze tra la società occidentale, quella francese essendo il principale modello, e quella romena. Come notava anche Bogdan Suceavă, Țițeica ha incontrato in Francia matematici di spicco e ha imparato da loro tutto quello che ha portato in Romania: “Con chi ha lavorato Gheorghe Țițeica? Ha lavorato con Gaston Darboux, che all’epoca non era solo preside della Facoltà di matematica di Sorbona, era anche l’autore di un trattato di geometria differenziale in quattro volumi in cui il tema unificatore era questo: come scegliere i più adatti punti di riferimento per diversi problemi di geografia differenziale? Era un’intera filosofia la materia che studiava, fu un autore molto influente che aveva moltissimi studenti di talento, e Țițeica fu uno dei più talentuosi. Studiò anche con Henri Poincaré, Edouard Goursat Charles Hermite, Émile Picard, Jules Tannery, Paul Émile Appell, i migliori matematici. Dopo di che, nel 1899, tornò a Bucarest. Scrisse più di 100 opere fino al 1937. Negli ultimi due anni non lavorò più. Cominciò a collaborare con la “Gazzetta” mentre era a Parigi, il concorso della “Gazeta” gli doveva tanto e grazie a lui abbiamo un’ottima radiografia. Gli editoriali che scriveva nel rispettivo periodo descrivevano tutto, anche come si comportavano i candidati agli esami orali. Sono commenti che nessuno pubblicherebbe più oggi, ma che Țițeica, se lo leggiamo con molta curiosità, faceva.”

    Gheorghe Țițeica non poteva diventare altro che un docente universitario, membro di accademie e doctor honoris causa di diverse università. Ricoprì anche la carica di presidente della Società di Scienze Matematiche.

  • Zavaidoc

    Zavaidoc

    Ogni grande città ha nella sua storia un periodo d’oro. Il periodo d’oro di Bucarest è stato il periodo interbellico, il periodo d’oro di tutta la Romania, in cui si è manifestato pienamente il pluralismo delle idee, delle aspirazioni, delle libertà, dei gusti e dei sentimenti. La storia della musica dell’epoca d’oro di Bucarest parla anche di Zavaidoc, lăutar (musicista ambulante di etnia rom) di grande successo negli anni 1920-1930.

    Il suo vero nome era Marin Gheorghe Teodorescu. Zavaidoc nacque a Pitești nel 1896 e si spense a Bucarest nel 1945, all’età di 48 anni. Faceva parte di una famiglia di etnia rom e aveva un fratello e due sorelle. Suo padre suonava il violino e il cimbalom essendo un apprezzato lăutar. Per sfortuna, il giovane Teodorescu perse suo padre all’età di 13 anni. Insieme al fratello e a una sorella fondò una band, “I Fratelli Teodorescu”, con la quale riuscì a riscuotere successo a livello locale. Erano gli anni della “belle époque” del primo decennio che avrebbe portato poi alla prima grande disgrazia del XX secolo, la prima guerra mondiale. Nel 1916, quando la Romania entrò in guerra dopo due anni di neutralità, Zavaidoc aveva 20 anni. Fu arruolato nell’esercito romeno che combatteva nei Carpazi e fece parte delle squadre artistiche dell’esercito che eseguivano concerti e spettacoli per i feriti negli ospedali, assieme ad altri artisti quali Elena Zamora, Fănică Luca e il suo taraf e il compositore George Enescu.

    La fine della guerra portò un grande sollievo e scatenamento, la gente imparava di nuovo a vivere dopo gli orrori vissuti. Zavaidoc e la sua generazione di artisti si manifestavano senza inibizioni e le qualità della sua voce erano un’ottima raccomandazione. Stabilitosi nella capitale, Zavaidoc raccolse canzoni tradizionali, si esibì nei migliori bar, ristoranti e terrazze bucarestine. La metà degli anni 1920 gli portò anche la prosperità finanziaria, poiché i suoi dischi si vendevano molto bene. Il suo successo finanziario era dovuto anche alla firma di un contratto di collaborazione con la casa discografica. Le sue più famose canzoni erano “Cântecul lui Zavaidoc / La canzone di Zavaidoc”, “De când m-a aflat mulțimea / Da quando lo ha saputo la folla”, “Foaie verde spic de grâu / Foglia verde, spigo di grano”, “Pe deal, pe la Cornățel / Sul colle a Cornățel”, “Dragostea e ca o râie / L’amore è come la rogna”. I versi dell’ultima canzone sono stati ripresi dalla band etno-blues Nightlosers nel 2010. Alla fine degli anni 1930, Zavaidoc si sposò ed ebbe tre figli. La notorietà dell’artista era talmente grande che apparvero riferimenti al suo nome e alle sue abitudini. Circolarono anche storie romanzate come quella di una relazione amorosa in cui sarebbe stato coinvolto assieme ad un altro musicista famoso, Cristian Vasile, e con la sua fidanzata, Zaraza.

    Doina Ruști è una romanziera che si ispira al passato romeno. Il suo più recente romanzo si intitola “Zavaidoc în anul iubirii / Zavaidoc nell’anno dell’amore”, una storia d’amore del 1923. Doina Ruști ha accennato alle leggende e ai miti urbani sull’artista, agli anni della sua formazione, agli anni di gloria, agli “anni matti” del dopoguerra, al periodo di reinvenzione e agli anni di regresso professionale: “Non c’è stata mai alcuna rivalità. Laddove suonava Zavaidoc non c’era posto per Vasile e viceversa. Erano veramente due mondi diversi. Quell’uomo parlava con sincerità e vi dirò perché. In primo luogo, nell’anno 1923 Vasile non esisteva, era un ragazzo. Più tardi, appartennero a due mondi diversi. Vasile cantava musica tradotta, mentre Zavaidoc era “l’anima del popolo”. Quindi non possiamo metterli l’uno accanto all’altro. Poi c’è stata la famosa storia con Zaraza, una storia inventata, mai esistita. E l’anno in cui si dice che sia morto, ovvero il 1946, è un anno in cui Zavaidoc non era solo morto, ma era anche decomposto. Ma devo dire che gli anni di gloria di Zavaidoc furono dopo la guerra. Negli anni della guerra era diventato maggiorenne. Infatti, studiò durante la guerra. Allora incontrò Enescu, e quella fu la sua scuola. E, nel momento in cui tornò dalla guerra, non volle più tornare a Pitești e rimase a Bucarest. Era ovviamente affascinato dalle case, aveva incontrato delle persone. Rimase a Bucarest e cominciò a dominare la musica. La cosa interessante è che cominciò a creare un trend. Era il periodo in cui si staccava gradualmente dalla musica tradizionale, e cominciava a scoprire la musica urbana, moderna. Ma dopo, quando le cose cominciarono ad essere più stabili per il mondo interbellico, intorno al 1926, quando venne fondata anche la radio, lui era quasi esaurito. Abbiamo ascoltato anche la sua musica degli 1930-1940, quando veramente cantava molte canzoni, ma la sua voce era già stanca, non era più quella della giovinezza.”

    L’esistenza di Zavaidoc, maturata durante la prima guerra mondiale, terminò durante l’altro grande conflitto del XX secolo, la seconda guerra mondiale. Nel 1941, la Romania entrava in guerra accanto alla Germania contro l’URSS per la liberazione della Bessarabia e della Bucovina Settentrionale e Zavaidoc era chiamato di nuovo alle armi. Arrivò a cantare per i militari romeni in Bessarabia e Transnistria. Tornò nel Paese, ma durante i bombardamenti dell’aviazione americana dell’aprile 1944 la sua casa fu colpita da una bomba. A dicembre 1944, i medici gli diagnosticarono una “nefrite” che gli provocò la morte alla metà del gennaio 1945.

  • 145 anni di relazioni diplomatiche tra la Romania e l’Italia

    145 anni di relazioni diplomatiche tra la Romania e l’Italia

    La mostra presenta foto, documenti d’archivio e vecchie monete italiane, illustrativi per i rapporti tra i due Paesi. Le relazioni diplomatiche tra la Romania e l’Italia sono iniziate nel 1879. Il 6 dicembre 1879, il primo inviato e ministro plenipotenziario dell’Italia, Giuseppe Tornielli, presentava le credenziali al re Carlo I. Due mesi dopo, il 15 febbraio 1880, il primo inviato e ministro plenipotenziario del giovane stato nazionale romeno, Nicolae Kretzulescu, presentava anche lui le proprie credenziali al re Umberto I. Nel 1964 le relazioni diplomatiche tra la Romania e l’Italia furono elevate al rango di ambasciata.

    Delle relazioni romeno-italiane lungo la storia ci ha parlato il capo degli Archivi Diplomatici, Doru Liciu: “In questo periodo festeggiamo il 145/o anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Romania e l’Italia. Però, i nostri popoli hanno, infatti, una storia di oltre 2000 anni, tenuto conto della comune origine latina. Fu proprio questa appartenenza alla latinità a determinare l’allacciamento dei primi rapporti tra ciò che sarebbero diventate poi la Romania e l’Italia. Già Già dal Medioevo, quando furono create le prime colonie genovesi sul territorio dell’odierna Romania, alle foci del Danubio e in riva al Mar Nero, nell’epoca del Tardo Medioevo e del Rinascimento, quando i viaggiatori italiani in Valachia notarono, come anche i cronisti romeni, le similitudini tra le lingue di origine latina e l’unità dei due popoli. Più tardi, nel corso del XVIII secolo, figli di boiardi e principi studiarono presso università italiane, come l’Università di Padova. All’inizio del XIX secolo apparvero anche i primi consolati e viceconsolati italiani a Iași, Bucarest e nei porti sul Danubio, a Brăila, Galați e Sulina. La Rivoluzione del 1848 e il successo del Risorgimento Italiano, del movimento per la riunificazione dell’Italia, rappresentarono un modello per i rivoluzionari romeni, e l’Italia svolse un ruolo importante per la Romania, quando, a gennaio 1859, i Principati Romeni si unirono, eleggendo un unico principe nella persona di Alexandru Ioan Cuza. L’opinione del Consiglio del contenzioso diplomatico piemontese fu decisiva, perché si arrivò alla conclusione che, dal punto di vista legale, l’elezione di Alexandru era legale, poiché i provvedimenti della Convenzione di Parigi del 1858 erano stati rispettati, perché prevedevano l’unificazione, l’elezione di due principi a Iași e Bucarest, però senza stabilire se poteva essere o no la stessa persona. Così, l’opinione favorevole del Consiglio Piemontese ha rappresentato un argomento giuridico per il riconoscimento dell’Unificazione di Principati e l’elezione di Alexandru Ioan Cuza. I rapporti continuarono a svilupparsi. Nel 1873 fu aperta un’agenzia diplomatica della Romania a Roma e il primo inviato, il primo agente diplomatico della Romania fu Constantin Esarcu, una personalità importante della vita politica romena, tra l’altro fondatore dell’Auditorium Romeno, al quale lasciò in eredità tutti i suoi patrimoni dopo la sua morte.”

    Doru Liciu ci ha parlato anche della mostra presso la Banca Centrale e dei più importanti oggetti esposti: “Abbiamo cercato di evidenziare i più importanti momenti delle nostre relazioni: l’unione dei Principati, il riconoscimento dell’indipendenza e l’inizio dei rapporti diplomatici, la cooperazione e la collaborazione durante la Prima Guerra Mondiale, quando l’Italia e la Romania hanno seguito la stessa strada, anche se dal punto di vista formale erano alleate delle Potenze Centrali. Per realizzare i propri ideali nazionali di unificazione hanno scelto di affiancarsi alla Triplice Intesa. In Italia, venne creata la Legione Romena, formata da ex prigionieri di guerra dell’esercito austro-ungarico, romeni oriundi di Transilvania, Bucovina e Banato, che militarono per l’unione di tutti i romeni e contribuirono significativamente alla realizzazione dell’Unione della Bucovina e della Transilvania con la Romania. Particolare attenzione venne concessa alle relazioni culturali, che presero il sopravvento soprattutto nel periodo tra le due guerre, con l’apertura dell’Accademia di Romania a Roma negli anni ‘20 e dell’Istituto di Ricerca Umanistica di Venezia negli anni ‘30. In altre parole, noi degli Archivi Diplomatici del Ministero degli Affari Esteri, stiamo promuovendo la storia come mezzo per conoscere il passato, ma non per rimanere accantonati nel passato, bensì per cercare di capire il presente e costruire un futuro migliore.”

    I 145 anni dimostrano, una volta in più, che i valori condivisi dalla Romania e dall’Italia, menzionati anche nei due documenti di riferimento esposti nella mostra (le Dichiarazioni congiunte sul Partenariato Strategico e il Partenariato Strategico Consolidato del 2008), hanno un significato ancora più forte ora, nell’attuale contesto geopolitico.

  • Documenti iconici della Grande Unione

    Documenti iconici della Grande Unione

    Il ricordo dell’unione della Transilvania con la Romania avvenuta il 1° dicembre 1918, festa nazionale della Romania, è stato immortalato in diversi tipi di documenti e fonti. Alcuni sono diventati, negli oltre 100 anni trascorsi da allora, punti di riferimento del grande momento.

    Una delle immagini più note dell’assemblea che proclamò l’unione della Transilvania con la Romania è la partecipazione obbligatoria alla celebrazione della Giornata Nazionale. È esposta in tutti i libri di storia, appare nei film documentari dedicati all’evento, nei musei e nei luoghi pubblici di tutta la Romania. Si tratta di una foto che mostra molta gente sul campo detto “Il Campo di Horea”, per lo più contadini, ma in cui si vedono anche alcune tute militari. Al centro dell’immagine c’è un anziano in abito tradizionale, che tiene nella mano sinistra una bandiera tricolore rosso-giallo-blu e ha la mano destra alzata a 45 gradi. Attorno a lui si vedono altre cinque o sei persone che tengono in mano anche loro le bandiere tricolori, con i colori disposti orizzontalmente. L’onnipresenza di questa foto si spiega con la volontà del regime comunista prima del 1989 di mostrare i contadini come il principale fattore decisivo dell’Unione. La fotografia del Campo di Horea ha messo in ombra un’altra fotografia in cui appariva la figura di spicco del vescovo greco-cattolico Iuliu Hossu, prigioniero politico, e colui che lesse la proclamazione dell’Unione.

    Una seconda immagine, altrettanto presentata al pubblico quanto quella menzionata prima, è la foto in cui appare un gruppo di circa 50 donne e uomini, contadini del villaggio di Galtiu, del comune di Sântimbru, della provincia di Alba. Lo sfondo è rappresentato da alcuni alberi, e sulla sinistra c’è un uomo del gruppo vestito in abito tradizionale bianco e nero con in mano una bandiera tricolore. Al centro, sopra, c’è uno striscione su cui sta scritto “Galtiu. Viva l’Unione e la Grande Romania”. L’autore delle due foto iconiche è Samoilă Mârza, il cosiddetto “fotografo dell’Unione”. Nato nella località di Galtiu, Mârza è colui al quale i romeni devono queste foto uniche, le due menzionate, ma anche altre otto meno conosciute. Nato nel 1886, dopo essersi diplomato al liceo classico di Alba Iulia, Mârza apprese il mestiere di fotografo da un fotografo di Sibiu. Partecipò alla Prima Guerra Mondiale e fu assegnato al servizio topografico e fotografico dell’esercito austro-ungarico. Alla fine della guerra, Mârza scattò tre cliché fotografici che colgono la consacrazione della prima bandiera tricolore del Consiglio Militare Nazionale Romeno, il 14 novembre 1918. Quattro giorni prima dell’incontro ad Alba Iulia, Mârza arrivò nel suo villaggio natio, scattò tre fotografie con i suoi concittadini prima di partire per Alba Iulia. Trasportava la camera, il treppiede e le lastre di vetro su una bicicletta. A causa del peso degli apparecchi e del tempo nuvoloso, Samoilă Mârza scattò cinque foto che raffigurano aspetti dell’incontro, tre con la folla e due con le tribune ufficiali dove venne letto l’atto di unione. All’inizio del 1919, Samoilă Mârza pubblicò le sue fotografie in un album intitolato “La grande assemblea di Alba Iulia nei volti”.

    Anche se non sono diventati iconici, i documenti audio legati alla memoria della giornata vissuta non sono meno importanti. Nel 1918, il sacerdote greco-cattolico Gherasim Căpâlna aveva 24 anni e in un’intervista degli anni ’70 conservata negli archivi del Centro di Storia Orale della Radiodiffusione Romena, ricordava l’organizzazione della partenza per Alba Iulia dal vescovado dove lavorava: “I preparativi vennero fatti a voce, di villaggio in villaggio, tramite i preti e gli insegnanti. Si decise che l’incontro si sarebbe tenuto il giorno dell’Arcangelo, l’8 novembre. Ma le cose cambiarono e ad Arad fu presa la decisione che il primo giorno di dicembre saremmo andati ad Alba Iulia. Ma lì, ad Alba Iulia, c’era così tanta gente che non ci si poteva passare. Per prima cosa furono organizzati i leader, fu nominato un presidente dell’Assemblea, Gheorghe Pop de Băsești. Era il più anziano e quindi diede ordini ad ogni centro, di ogni contea. Vaida-Voevod era qui al centro, si nascondeva qui. E c’era anche il medico Theodor Mihali, deputato. Il motore principale, la dinamica dell’organizzazione dell’assemblea, erano il sacerdote e l’insegnante, senza di loro non si poteva fare nulla. E lo fecero rischiando la propria vita. Venne stilata una lista specifica delle persone che volevano andare e quella lista ci fu richiesta per poter ottenere un lasciapassare per il viaggio in treno. Le Ferrovie ci misero a disposizione le carrozze, partimmo giovedì e l’incontro avvenne la domenica. Venerdì eravamo in viaggio e sabato arrivammo ad Alba Iulia ben 100 persone. La maggior parte non aveva un posto dove dormire e molti dormirono all’aperto. Rimasero là, passeggiarono per la città e dormirono appoggiati alle mura di Alba Iulia.”

    I documenti iconici dell’incontro storico di Alba Iulia del 1° dicembre 1918 hanno una loro piccola storia, che oggi integriamo nella grande storia per comprenderla meglio.

  • Il complesso museale di Orheiul Vechi

    Il complesso museale di Orheiul Vechi

    La riserva culturale-naturale di Orheiul Vechi ha uno status speciale ed è il più importante sito culturale della Repubblica di Moldova, essendo anche in fase di nomina per essere inclusa nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Il complesso comprende diverse decine di ettari della città medievale di Orhei (insediamento datato dal XIII al XVI secolo), in seguito denominata Orheiul Vechi (dopo che l’insediamento originale fu abbandonato e una nuova città con lo stesso nome fu fondata altrove – l’odierna Orheiul, nel distretto di Orhei della Repubblica di Moldova).

    Il complesso include due grandi promontori (Peștere e Butuceni), ai quali si uniscono tre promontori minori adiacenti (Potarca, Selitra e Scoc), sul cui territorio si trovano ruderi di fortificazioni, case, terme, luoghi di culto (compresi monasteri rupestri) sia del periodo tataro-mongolo (secoli XIII-XIV) che del periodo moldavo (secoli XV-XVI).

    Il Complesso di Orheiul Vechi costituisce un sistema composto da elementi culturali e naturali: paesaggio naturale arcaico, biodiversità, contesto archeologico eccezionale, varietà storico-architettonica, habitat rurale tradizionale e originalità etnografica.

    L’insediamento medioevale di Orheiul Vechi conobbe diversi periodi di sviluppo. Il periodo compreso tra i secoli XII-XIV – il periodo fino all’invasione tataro-mongola. L’inizio dello sviluppo dell’insediamento medievale. Si presume che in questo periodo sia stata costruita la cittadella in legno e terra. Il periodo della “Orda d’Oro” nel XIV secolo, periodo a cui risale la fortezza in pietra. Tra il XIV e il XVI secolo l’insediamento fu incluso nello stato moldavo, periodo di trasformazione della città orientale in città moldava. Durante il regno di Stefano il Grande (1438-1504), la fortezza di pietra fu riparata e fortificata.

    Negli anni ’60 del XV secolo fu eretta la cittadella di Orhei, centro di difesa dei confini orientali del Paese contro le invasioni tartare. Le invasioni dei Tartari nell’estate del 1469 portarono Stefano ad adottare misure per rafforzare la capacità difensiva del Paese lungo il Dniester, avviando importanti lavori per costruire una cittadella fortificata a Orhei.  Di questi avvenimenti parlano sia gli scavi archeologici durante i quali furono scoperte le fondamenta della cittadella, sia i documenti dell’epoca. Così, nel documento di Stefano il Grande del 1° aprile 1470, viene menzionato per la prima volta un părcălab, cioè un comandante militare della fortezza di Orhei, che, come era consuetudine a quei tempi, svolgeva sia funzioni militari che amministrative nella terra di Orhei.

    Il periodo di declino iniziò dalla metà del XVI secolo fino all’inizio del XVII secolo, quando gli abitanti abbandonarono Orheiul Vechi e si trasferirono nel nuovo insediamento, l’odierna Orhei. La fortezza di pietra venne distrutta. Abbiamo parlato della storia di Orheiul Vechi con Ștefan Chelban, capo del Dipartimento Archeologico ed Etnografico della Riserva: “Orheiul Vechi è una riserva culturale naturale creata nel 1968, ma nel corso del tempo ha subito diverse ristrutturazioni e riorganizzazioni. La riserva comprende sette località e mira a preservare il patrimonio naturale e culturale della regione. In effetti, questo è stato anche uno dei motivi fondamentali per cui è stata istituita la riserva, perché è probabilmente una delle aree più dense di oggetti di patrimonio archeologico, etnografico, immateriale, ecc. Quindi è un’area in cui il patrimonio culturale è ancora piuttosto ben conservato.”

    I monasteri rupestri di Orheiul Vechi rappresentano un gruppo di vestigia rupestre situate nelle scogliere calcaree della valle del fiume Răut. Questo complesso estremamente attraente dal punto di vista turistico comprende circa 350 vestigia rupestri, di cui circa 100 sono stanze scavate dall’uomo, il resto sono formazioni carsiche, raggruppate in sei complessi. Questi includono monasteri ben definiti, chiese sotterranee, gallerie e celle. Ștefan Chelban ci ha raccontato dei monasteri rupestri e della riserva: “Probabilmente per molti questo è il punto centrale, ma la riserva ha molto altro da offrire. Ad esempio, le rovine della città tartara, una città che esisteva qui nel XIV secolo per un periodo piuttosto breve, ma che vale la pena visitare, comprese le rovine di una moschea che, dal punto di vista della superficie, sarebbe stata la più grande moschea del sud-est europeo”.

    Ștefan Chelban ci ha parlato anche del complesso museale di Orheiul Vechi: “Il Museo Etnografico è un modello di architettura tradizionale, tipico per la zona centrale della Moldova, più precisamente per la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo. Questa casa è stata recentemente restaurata, riabilitata con fondi UE, utilizzando solo materiali e tecniche tradizionali.”

    Alla fine della nostra chiacchierata, Ștefan Chelban ci ha fornito alcuni dettagli sulla vita monastica presso il monastero rupestre di Orheiul Vechi: “Si ritiene che il monastero fosse originariamente abitato da 12 monaci, perché ci sono 12 celle e ogni cella era individuale, quindi c’erano 12 monaci. Non si conosce l’anno esatto in cui fu costruito, ma fu costruito intorno ai secoli XIV e XV.”

  • Titu Maiorescu (1840-1917)

    Titu Maiorescu (1840-1917)

    La società letteraria “Junimea”, fondata a Iași nel 1863, fu uno dei più importanti movimenti letterari, filosofici e politici della Romania. E uno dei suoi cinque membri fondatori fu Titu Maiorescu, avvocato, critico letterario, scrittore, giornalista, estetista e politico. Maiorescu lasciò un’impronta anche nella carriera di Mihai Eminescu, considerato da molti il ​​più importante poeta romeno.

    Il suo nome completo era Titus Liviu Maiorescu. Nacque nel 1840 a Craiova e morì nel 1917 a Bucarest, all’età di 77 anni. Suo padre, Ioan Maiorescu, professore, diplomatico e autore di libri di storia, fu un partecipante attivo alla rivoluzione del 1848 in Valacchia e Transilvania. Titu Maiorescu studiò giurisprudenza, lettere e filosofia a Vienna, Berlino, Giessen e alla Sorbona. Già durante gli studi liceali si fece notare per la sua ambizione e tenacia, diplomandosi con il massimo dei voti all’Accademia Teresiana nel 1858.

    La sua carriera di intellettuale iniziò all’età di 17 anni quando tentò di pubblicare traduzioni letterarie sulla “Gazeta de Transilvania” (Gazzetta della Transilvania), il più influente giornale in lingua romena nello spazio asburgico. Dopo la laurea insegnò psicologia e francese. Nel 1861 pubblicò il primo testo di filosofia in tedesco, influenzato dal realismo post-kantiano di Johann Friedrich Herbart e dall’hegelismo di Ludwig Feuerbach. Nella sua prodigiosa attività di autore, Maiorescu scrisse diverse decine di volumi di critica letteraria, filosofia, estetica, logica, storia, discorsi parlamentari. Il suo diario è una creazione che comprende oltre 10 volumi ed è considerato il diario più lungo nella storia della letteratura romena. Nella vita privata, nel 1862 sposò la sua allieva, Klara Kremnitz, alla quale aveva impartito corsi di lingua francese e dalla quale avrebbe avuto una figlia.

    Al ritorno in Romania, nel 1862, fu nominato procuratore presso il tribunale di Ilfov e divenne professore all’Università di Iași dove insegnò storia dei romeni. Allo stesso tempo, insegnò anche alle scuole superiori, corsi di lingua romena, grammatica romena, pedagogia e psicologia. Fu relatore in convegni pubblici su temi e argomenti di giurisprudenza, letteratura, storia e pedagogia. La presenza e la competenza di Maiorescu in tanti settori può sembrare oggi eccessiva, ma i tempi richiedevano impegno. Era un periodo in cui gli intellettuali romeni erano coinvolti in un processo di riforma dello Stato e di recupero della società secondo il modello occidentale. Allo stesso tempo, loro cercavano di integrare nuove idee e modelli emergenti in Occidente.

    Lo storico della letteratura Ion Bogdan Lefter ha notato il coinvolgimento di Titu Maiorescu in quel considerevole sforzo, che andava compiuto da un gruppo ristretto di élite e che non era solo uno sforzo in un singolo campo di competenza: “Tutto era da costruire, compresa la discorsività, per cui Maiorescu fece degli sforzi personali. Intanto si esercitava quotidianamente nei giornali, ma di discorsi pubblici scriveva una volta un testo, dopo un po’ un altro testo, facendo attenzione a quello che stava accadendo. Allo stesso tempo, assisteva, con un’eccezionale intuizione, al modo in cui si accumulavano le cose e a come sarebbe stato ciò che si accumulava. Ad esempio, la fine della sua famosa prefazione all’edizione di Eminescu, che d’altronde aveva realizzato da solo contro la volontà dell’autore, ci mostra una persona lungimirante anche per questo testo. Usa formule che indicano uno sguardo al futuro. Dice <per quanto si possa umanamente prevedere>. Questo cosa vuol dire? Naturalmente significa che Maiorescu e la sua cerchia capivano lo straordinario valore della poesia di Eminescu. Avevano letto e capito sia Creangă che Caragiale, capivano il fenomeno, intuivano la direzione, ma l’insieme, in quel momento, poteva solo prevederlo, ancora non esisteva.”

    Sebbene dotato di competenze evidenti in diversi settori, Maiorescu si sentiva più vicino alla critica letteraria. Ion Bogdan Lefter ha notato l’impegno di Maiorescu anche nel campo della critica letteraria, da allora parte del mondo delle idee dell’epoca: Maiorescu aveva una comprensione molto ampia, in un’epoca in cui l’accumulo di materie prime letterarie era ancora precario. Fu lui ad assistere e, in un certo senso, a stimolare la comparsa delle prime opere letterarie di altissimo livello a Junimea, con tutta la sua storia e dello straordinario gruppo di cui faceva parte. I suoi contributi sono scritti, si annoverano tra quei pochi testi fondamentali, sono essenziali. Lui stesso fu un primo critico letterario, se possiamo definirlo veramente un critico letterario, considerato il fondatore della critica letteraria, con contributi altrettanto importanti alla fondazione o strutturazione, cristallizzazione anche di altre discipline socio-umanistiche in Romania.”

    Titu Maiorescu fu anche uomo politico. Era vicino ai valori del Partito Conservatore, ma nei governi di questo partito rappresentava il gruppo Junimea, un gruppo liberal-conservatore. A partire dal 1871 ricoprì mandati di deputato e l’incarico di ministro della Pubblica Istruzione. Tra il 1912 e il 1913 fu primo ministro e firmò la pace di Bucarest, dopo la seconda guerra balcanica, quando la Romania ottenne la Dobrugea del Sud. Nel 1914, alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale e tre anni prima della sua morte, Titu Maiorescu si ritirò dalla politica.

     

  • Il treno reale

    Il treno reale

    Nell’ottobre di quest’anno è uscito il volume “La storia del treno reale” di Tudor Vișan-Miu e Andrei Berinde. Un’incursione letteraria nel passato e nel presente di questo simbolo della regalità romena.  Il Treno Reale è destinato agli spostamenti della Famiglia Reale di Romania e di ospiti romeni e stranieri. Il treno è composto anche adesso da una locomotiva a vapore (in fase di restauro) e cinque vagoni: il vagone ristorante, il vagone del Re, il vagone della Regina, il vagone degli ospiti e il vagone della Casa del Re (del personale).

    Del significato di questo treno e della nascita delle Ferrovie Romene (CFR) abbiamo parlato con uno degli autori del volume dedicato al treno reale, lo storico Tudor Vișan-Miu, appassionato della storia della famiglia reale di Romania: “Ci tengo a precisare fin dall’inizio che ci sono stati più treni reali. Quello a cui ci riferiamo, e che esiste ancora oggi, è quello messo in funzione in Romania nel 1928, prodotto negli stabilimenti Ernesto Breda di Milano. L’importanza di questi treni è evidente. I membri della famiglia reale dovevano viaggiare su un treno che offrisse loro le condizioni per percorrere lunghe distanze. Da qui la necessità di utilizzare treni speciali. Naturalmente, questi viaggi che i membri della famiglia reale facevano sulla ferrovia, diventarono possibili nel momento in cui la ferrovia venne sviluppata e questo accadde durante il regno del Principe e poi del Re Carlo I. Quando Carlo I arrivò in Romania non c’era nemmeno un chilometro di ferrovia. Si discuteva già da diversi anni dei progetti, anche in modo concreto, ma Carlo I accelerò le pratiche e fece di questo una priorità.”

    Dell’età del treno reale e di come veniva utilizzato durante gli anni del regime comunista, Tudor Vișan-Miu ci racconta: “Il treno reale, e mi riferisco a quello attuale, ha, come si può vedere, 95 anni. È sopravvissuto al comunismo grazie alle condizioni di viaggio che offriva a chi lo utilizzava in quel periodo, durante il regime di Gheorghiu-Dej. Nicolae Ceaușescu utilizzò successivamente un altro treno prodotto in Romania, ad Arad. Ma il treno fu conservato, ristrutturato negli anni ’90 e utilizzato per alcune corse speciali, perché ha delle carrozze e utilizza locomotive diverse da quelle che circolano attualmente sulle ferrovie romene, e inoltre necessita di personale specializzato che garantisce la sua circolazione sulle ferrovie.”

    Il treno reale è anche un’attrattiva per gli appassionati di storia o per i curiosi. Ha fatto viaggi durante i quali si è fatto ammirare dagli interessati in tutto il Paese. Ci sono stati progetti in cui è stato messo a disposizione. E, la cosa più importante, questo treno è strettamente legato all’abdicazione del re Michele il 30 dicembre 1947 e alla sua partenza dal Paese la notte del 3 gennaio 1948: “Il treno è sicuramente interessante anche come oggetto di patrimonio, e lo dimostra il fatto che quando, in varie occasioni, fu portato alla Stazione Nord, la gente andò a visitarlo. Proprio come avveniva quando il treno reale attraversava varie località in occasione dei viaggi dei membri della famiglia reale nelle rispettive località. Si tratta di quelli iniziati nel 2012 e che hanno seguito vari percorsi nel Paese. Fino a questo punto, fino al suo utilizzo da parte della famiglia reale, c’erano state diverse idee, diversi progetti, tra cui un viaggio dei membri dell’Unione degli Scrittori nel 2009, in l’occasione di un tour anniversario. Questo treno certamente non può essere utilizzato eccessivamente. Dopotutto ha anche un significato speciale. È il treno con cui il re Carlo II lasciò il Paese, il treno con cui il re Michele lasciò il Paese, il primo nel 1940, il secondo nel 1947. È quindi un treno che ha attraversato momenti della storia della Romania. Naturalmente su questo treno hanno viaggiato anche i leader del periodo comunista. Sembra che sul treno reale abbiano avuto luogo anche alcuni incontri con personalità straniere. Questo treno è stato recentemente associato ai funerali del re Michele, fu utilizzato per portare il corteo reale da Bucarest a Curtea de Argeș, dove ebbe luogo il funerale.”

    Ci sono stati anche miti e leggende sulle ricchezze trasportate col treno reale, le ricchezze con cui la famiglia reale avrebbe lasciato il Paese dopo l’instaurazione del regime comunista e dopo che le nuove autorità, appoggiate dall’esercito sovietico, costrinsero re Michele ad abdicare. Tudor Vișan-Miu ci ha parlato della partenza di re Michele dal Paese: “Il treno venne associato ad una certa mitologia legata alla partenza di re Michele dal Paese, con oggetti di patrimonio di cui si diceva che fossero stati messi nel treno reale. Le ricerche che si sono potute fare sui documenti della Securitate dopo la caduta del comunismo hanno smentito completamente ciò, confermando ovviamente le dichiarazioni dei compagni di viaggio di re Michele secondo cui erano attentamente sorvegliati, tanto che avevano potuto portare con sé solo alcuni effetti personali e non di grande valore, perché alcuni di questi potevano essere confiscati se si trattava di gioielli, ad esempio, o di stoviglie più preziose.”