Category: Agenda culturale

  • Emanuel Pârvu, premiato a Cannes

    Emanuel Pârvu, premiato a Cannes

    Il film romeno “Tre chilometri alla fine del mondo”, selezionato nella competizione ufficiale per la Palma d’Oro al Festival Internazionale del Cinema di Cannes, ha vinto Queer Palm, un premio alternativo assegnato ogni anno a un lungometraggio che tratta di “personaggi o temi LGBTQ”. Sin dalla sua creazione, nel 2010, Cannes Film Festival Queer Palm ha premiato film memorabili che parlano della diversità. A consegnare il premio al regista Emanuel Pârvu è stato il cineasta Lukas Dhont che ha letto anche la motivazione della giuria: „Una decomposizione dura e preziosa di un sistema della violenza. La sua prospettiva svela gradualmente il mondo patriarcale in cui sono cresciuti i nostri personaggi in cui lo spazio dell’esistenza completa è reso impossibile dalle strutture di idee profondamente radicate. In questo film ipnotizzante, le persone sembrano essere tenute da corde che le allontanano dalla luce, fino a quando alcune cominciano a liberarsene”.

    Accanto al regista Emanuel Pârvu, sul tappetto rosso sono saliti gli attori Bogdan Dumitrache, Valeriu Andriuță, Ciprian Chiujdea e Ingrid Micu-Berescu. La prima romena del film “Tre chilometri alla fine del mondo” avrà luogo al TIFF – Transilvania International Film Transilvania (14-24 giugno, Cluj-Napoca). “Three Kilometres to the End of the World” conclude la trilogia iniziata con “Meda or The Not so Bright Side of Things” (2 premi al Festival del Cinema di Sarajevo nel 2018, al migliore regista e al migliore attore protagonista – Șerban Pavlu), il debutto di Emanuel Pârvu nel lungometraggio, e continuata con il film “Marocco” (selezionato al Festival di San Sebastian 2021). Tuttavia non posso dire che sia una chiusura definitiva, nel senso che non mi avvicinerò mai più a quest’argomento. Dal mio punto di vista, è un cerchio che si chiude con quest’ultimo dibattito, ma penso che la discussione che lancio possa continuare all’infinito. L’amore tra bambini e genitori, che secondo me è la più forte forma di amore, resta un territorio da esplorare in continuazione. Tuttavia, non mi rendo conto se quello che potrei fare in futuro sul rispettivo tema possa essere in sintonia con i film che ho realizzato finora. Posso dire che ho combattuto molto per questi argomenti, mi sono piaciuti moltissimo. Evidentemente le mie preoccupazioni resteranno in questa zona, mi preoccupano i legami tra le persone, è quello che i miei film metteranno in dibattito, ma cercando altre modalità. Questo legame bambino-genitore non è stato un argomento semplice, mi ha preoccupato molto, mi ha tenuto sveglio per notti, ha tormentato la mia vita interiore. Perciò, dopo questa trilogia, una pausa è più che benvenuta. Credo che anche questi periodi abbiano un loro ruolo, non possiamo esaurirci in continuazione”, ha detto Emanuel Pârvu.

    Emanuel Pârvu ha messo in scena numerose pièce teatrali prima di passare al cinema. La sua opera teatrale di debutto, “Sector S” ha ricevuto una nomination ai Premi UNITER. È anche un attore di grande talento, ha interpretato ruoli memorabili in film come “Un padre, una figlia” (di Cristian Mungiu), “Portrait of the Fighter as a Young Man” (di Constantin Popescu), “The Anniversary” (di Dan Chișu), “Miracle” (di Bogdan Apetri), “Familiar” (di Călin Peter Netzer). La sua tesi di dottorato è dedicata alle strutture drammaturgiche e, da qualche anno, Emanuel Pârvu insegna alla Facoltà d’Arte dell’Università Ovidius di Costanza. “Non mi occupo mai di due progetti parallelamente, non mi posso concentrare su un ruolo e avere al contempo un progetto di regia in corso. Ho dei colleghi che possono farlo, ma con me non funziona, mi piace concentrarmi su un’unica cosa e mi dedico totalmente a quel progetto. In più, ci tengo molto anche alla mia attività didattica. Insieme all’attore Adrian Titieni e a Daniela Vitcu, preside della Facoltà d’Arte dell’Università Ovidius di Costanza, ho creato il primo e unico master di attoria da film in Romania. Mi sembra molto importante che questo master sia nato all’interno di un’università statale, ci tengo molto a ciò che accade là e agli incontri con gli studenti. Forse anche perché ho un figlio di quattordici anni, mi interessano molto le generazioni che arrivano dopo di noi. Perché dovremmo ricordarcelo, negli ultimi 20 anni, solo lo sport e il cinema romeno hanno avuto successo a livello internazionale. Simona Halep, Cristina Neagu, David Popovici e i registi cinematografici hanno conosciuto il successo internazionale al più alto livello. Proprio per questo mi propongo di investire nella mia attività pedagogica, perché mi interessa quello che succede con il futuro di questo Paese. Mi interessa molto il modo in cui si evolveranno i giovani, mi auguro che non siamo considerati dei cittadini di seconda mano, utilizzati solo per la raccolta di fragole e asparagi. Io, personalmente, sono molto orgoglioso di essere romeno e mi interessa il futuro del Paese e quello che sta accadendo con il sistema d’istruzione. Credo che attraverso le persone si possa costruire tanto abene, credo che in questo modo possiamo svilupparci come società”, aggiunge Emanuel Pârvu.

    Il film “Tre chilometri alla fine del mondo” è prodotto dall’Associazione FAMArt. La sceneggiatura è firmata da Emanuel Pârvu e da Miruna Berescu, la fotografia da Silviu Stavilă, il montaggio da Mircea Olteanu, mentre la scenografia e i costumi sono realizzati da Bogdan Ionescu.

  • Nuovi film con Bogdan Dumitrache

    Nuovi film con Bogdan Dumitrache

    Bogdan Dumitrache, uno degli attori più talentati e premiati della nuova ondata del cinema romeno, è protagonista in due film recenti: “Good Guys Go to Heaven” (di Radu Potcoavă) e “Three Kilometres to the End of the World” (di Emanuel Pârvu), film insignito del Premio Queer Palm al Festival di Cannes. Dalla sua fondazione, nel 2010, Cannes Film Festival Queer Palm ha premiato film memorabili che riflettono la diversità e l’importanza dei temi toccati. A consegnare il premio al regista Emanuel Pârvu è stato il cineasta Lukas Dhont che ha letto anche la motivazione della giuria: „Una decomposizione dura e preziosa di un sistema della violenza. La sua prospettiva svela lentamente il mondo patriarcale in cui sono cresciuti i nostri personaggi in cui lo spazio dell’esistenza completa è reso impossibile dalle strutture di idee profondamente radicate. In questo film ipnotizzante, le persone sembrano essere tenute da corde che le allontanano dalla luce, fino a quando alcune cominciano a liberarsene”.

    Accanto al regista Emanuel Pârvu, sul tappetto rosso sono saliti anche gli attori Bogdan Dumitrache, Valeriu Andriuță, Ciprian Chiujdea e Ingrid Micu-Berescu. Mentre la prima romena del film “Three Kilometres to the End of the World” avrà luogo al TIFF – Transilvania International Film Transilvania (14-24 giugno, Cluj-Napoca), “Good Guys Go to Heaven” è stato già visionato dal pubblico locale. In questa commedia romantica, Bogdan Dumitrache interpreta il ruolo di un uomo che muore e arriva nel Paradiso, su una spiaggia deserta, dove incontra nuovamente Laura, la ragazza di cui era innamorato al liceo. Partendo dai due film recenti in cui interpreta il ruolo protagonista, abbiamo parlato con Bogdan Dumitrache della sua carriera cinematografica, di come sceglie i suoi ruoli e dell’impronta che ha messo su di lui la nuova ondata del cinema romeno: “Good Guys Go to Heaven” è un film che rivolge domande al pubblico in un modo accessibile, ma non privo di profondità. Allo stesso tempo, è un film che cerca di riportare il pubblico nelle sale, invitandolo a scappare via da questa realtà che spesso non ci piace. Potrei dire che è un film che sfrutta una ricetta americana che cerca di adattare al contesto romeno. Radu Potcoavă è un artista, e il suo film è una prova onesta di utilizzo del linguaggio cinematografico per porre al pubblico, in un modo piacevole, un problema scomodo e spiacevole com’è la morte. Quanto al modo in cui scelgo le sceneggiature, la prima lettura è fondamentale, è il momento in cui filtro la storia attraverso le mie lenti. Allora mi rendo conto se ci sono problemi, se il personaggio è coerente e le sue azioni sono normali, naturali. Questo è il primo filtro che applico. Quando ho letto la sceneggiatura del film “Good Guys Go to Heaven”, scritta da Radu Potcoavă, mi è piaciuta proprio questa logica del personaggio, che è così vivo e umano. Lui non vuole accettare di essere morto e non può credere di essere arrivato in un altro mondo che è così simile a quello che ha appena lasciato. Persino gli errori e i piccoli malintesi che gli possono alleggerire la situazione sono più o meno gli stessi. Quindi posso dire che “Good Guys Go to Heaven” è una bella scommessa per riportare il pubblico nelle sale cinematografiche, una scommessa che io ho accettato. Credo che la presenza di questo nuovo tipo di cinema apparso sul mercato – che chiamiamo film da pubblico – sia riuscito a riportare la gente nelle sale e mi sembra un’ottima cosa. È meraviglioso che si è arrivati a questo, che le persone vengono a vedere film romeni. È anche un modo piacevole per passare il tempo con la famiglia e gli amici, spero che sia ripresa questa abitudine sociale di andare al cinema.”                   

    Bogdan Dumitrache ha vinto tre trofei Gopo: nel 2011 per “Portrait of a Fighter as a Young Man” (del regista Constantin Popescu), nel 2012 per “Best Intentions” (di Adrian Sitaru) e nel 2019 per “Pororoca” (di Constantin Popescu). Per “Poroca”, l’attore ha vinto anche il Premio al miglior attore al Festival del Cinema di San Sebastian. I ruoli nei film “Double” (della regista Catrinel Dănăiață) e “Man and dog” (di Ștefan Constantinescu) gli hanno portato altre due nomination. Della sua filmografia che contiene più di 30 ruoli, la maggior parte protagonisti, Bogdan Dumitrache considera che il ruolo fondamentale sia stato quello nella pellicola “Portait of a Fighter as a Young Man” e si considera fortunato per essersi formato con la nuova ondata del cinema romeno: “Mi sembra essenziale questo ruolo, perché piuttosto faccio riferimento ai periodi in cui ho interpretato ruoli o meno, che ai ruoli che ho avuto. Ho cominciato a fare l’attore dieci anni dopo aver finito gli studi universitari e in “Portait of a Fighter as a Young Man” ho avuto il mio primo ruolo più lungo. E sebbene sia stato un ruolo non protagonista, sono riuscito a creare un personaggio vivo e autentico. È stato anche il ruolo per il quale ho ottenuto il mio primo premio e, dopo questo film, sono apparsi anche altri ruoli e altre opportunità di sviluppo per me, di far vedere anche agli altri cosa so fare. Quanto alla nuova ondata del cinema romeno, mi ritengo fortunato per il fatto di essere cresciuto come attore assieme a questo movimento, di aver avuto la fortuna di fare film proprio nel momento in cui è apparso il film “Marfa și banii” di Cristi Puiu. Sono stato molto contento all’epoca che il mio amico, l’attore Dragoș Bucur, abbia interpretato nel film e sia stato coinvolto in questo nuovo movimento che ha voluto cambiare cose e lo ha anche fatto. Sono entusiasta e riconoscente.”

    Bogdan Dumitrache è anche uno dei fondatori del Teatro indipendente Apollo 111 ed ha interpretato ruoli nelle produzioni HBO “Alla deriva” (2010) e “Ruxx” (2022).

  • La mostra “Dar / Dono”

    La mostra “Dar / Dono”

    Questa settimana è stata inaugurata una nuova mostra al Museo Nazionale di Storia della Romania (MNIR) del centro della capitale: “DAR – Donazioni, acquisti, recuperi, scoperte archeologiche”. La mostra resterà aperta fino a settembre di quest’anno e porta davanti al pubblico amante della storia una serie di nuovi oggetti entrati nel patrimonio del Museo negli ultimi circa 15 anni. Alla conferenza stampa organizzata in occasione dell’inaugurazione della mostra “DAR”, il manager del Museo Nazionale di Storia della Romania, Ernest Oberländer-Târnoveanu ha dichiarato: “La Romania non è un Paese così ricco dal punto di vista del patrimonio, patrimonio che non è infinito o inesauribile. Perciò le istituzioni museali hanno il compito principale di raccogliere, proteggere e mettere in risalto questo patrimonio. Infatti, i musei vivono attraverso il loro patrimonio, le loro collezioni, le persone che lavorano e tutelano, studiano e mettono in risalto questi oggetti di patrimonio. I musei non sono luoghi morti, depositi, ma istituzioni molto dinamiche. E le cifre parlano da sé per testimoniano quanto sia dinamico il Museo Nazionale di Storia della Romania. Nei 52 anni di esistenza, la nostra collezione è aumentata da 50.000 pezzi a oltre 18 milioni di pezzi. Certo, su questi, 16 milioni sono la “Collezione Filatelica Nazionale”, entrata a far parte del nostro patrimonio. Però, negli ultimi dieci anni, la collezione è incrementata di oltre 100 mila oggetti. Alcuni sono pezzi di una rarità e bellezza che noi professionisti non avremmo mai immaginato di avere l’occasione di vedere al Museo Nazionale di Storia della Romania. Altri sono legati alla vita e all’attività di grandi personalità. Però, i nostri sforzi si sono concentrati sull’illustrazione della vita quotidiana della società romena negli ultimi 200 anni. Io dico spesso che è più facile ricostituire la vita quotidiana del neolitico che quella dei nostri bisnonni, perché i musei non sono stati abituati a collezionare anche oggetti legati alla contemporaneità più o meno vicina.”

    All’inaugurazione della mostra, il vicedirettore del Museo Nazionale di Storia della Romania, Cornel Constantin Ilie, ha parlato del titolo, del concetto e della motivazione di questa mostra: “Si tratta di una mostra che noi abbiamo intitolato “DAR”. È veramente una mostra importante, in quanto porta davanti al pubblico un patrimonio che in gran parte non è stato esposto, un patrimonio che proviene e mette in risalto questi sforzi che di solito vengono fatti dai musei, non solo dal nostro. Una cosa che accade al di là di quello che l’opinione pubblica o il pubblico largo possa pensare di un museo. Di solito, l’idea di museo è associata all’idea di mostra. Le cose sono più complesse e questa mostra intende far vedere proprio questo. È una mostra che porta in primo piano un patrimonio molto valoroso, ma anche il fatto che esistono persone che pensano che alcuni oggetti rimasti in famiglia, legati a una personalità che ha fatto parte della loro famiglia o legati a un determinato momento storico, debbano stare piuttosto in un museo. E mi riferisco alla nostra lista di donatori, che è molto ricca e che ci auguriamo sia ancora più ricca. Questo gesto di “donare” dovrebbe essere non un’eccezione, ma una regola nella società romena. La storia non fa riferimento solo alle battaglie, solo ai politici o solo alle grandi personalità.”

     

    Che cosa rappresenta la storia, nell’opinione di Cornel Ilie e che cosa rappresentano le donazioni private nel settore museale? “La storia si riferisce anche alla vita quotidiana, si riferisce anche all’arte, alla cultura, allo sport e a tutto. “Ieri” è, infatti, storia. Dovremmo diventarne consapevoli perché è vero. Noi non siamo molto interessati all’ieri. Ci ricordiamo il giorno di ieri molto tempo dopo e ci rendiamo conto di non essere stati abbastanza intelligenti da conservare una testimonianza del giorno di ieri. Cerchiamo di fare anche questo. Forse qualcuno ne rimarrà stupito. È successo quando al Museo Nazionale abbiamo inaugurato una mostra con la donazione di Corina Chiriac e un’altra con quella di Margareta Pâslaru. … In primo luogo, è un atto di generosità che va trattato come tale e preso come esempio. … Per questo ci sembra normale avere anche mostre di questo tipo, così come ci è sembrato normale organizzare una mostra con la donazione del signor Pippidi legata a Nicolae Iorga.”

    Com’è la mostra “DAR” e che tipi di oggetti espone, ce lo dice sempre il vicedirettore del Museo Nazionale di Storia della Romania, Cornel Ilie: “È una mostra in cui probabilmente molti scopriranno con sorpresa oggetti di grande valore, che sono stati donati. Ci sono tante cose, ci sono acquisti importantissimi. Mi ricordo solo il pezzo più recente. Si tratta di un calice, assolutamente unico. È il calice della gilda dei minatori tedeschi di Țara Bârsei, l’unico oggetto che attesta la loro presenza su quel territorio, oltre al fatto di essere un oggetto d’arte del tutto speciale. Ci sono poi degli oggetti recuperati grazie allo sforzo delle autorità romene, cui hanno contribuito anche i nostri colleghi del Museo Nazionale di Storia della Romania. E, ovviamente, ci sono le numerose scoperte archeologiche fatte ogni anno dai nostri colleghi.”

  • Galleria di terapie per bambini con bisogni speciali

    Galleria di terapie per bambini con bisogni speciali

    L’evento è organizzato dall’associazione “Albert și zâmbete / Alberto e sorrisi” e si propone di creare uno spazio in cui famiglie e specialisti, terapeuti e speaker motivazionali comunichino tra di loro, si scambino idee e si connettano per un futuro migliore e inclusivo per i bambini con bisogni speciali. Abbiamo parlato con l’organizzatore dell’evento, il presidente dell’associazione “Albert și zâmbete / Alberto e sorrisi”, Endre Csato: “La Galleria delle terapie” è un evento dedicato alle famiglie che hanno figli con bisogni speciali e ai terapeuti, agli esperti di educazione interessati a questo settore. Si tratta di un evento di informazione, connessione, con molta energia positiva e in qualche modo con emozione pura, che dia a questa comunità la fiducia che vale la pena investire in questi bambini, che loro meritano di raggiungere il potenziale che hanno e che noi tutti siamo qui per aiutarli.”

    Dove si svolgerà l’evento e come può partecipare il pubblico interessato a questo argomento? Particolari da Endre Csato: “L’evento “La Galleria delle terapie” si svolgerà a Brașov, dal 24 al 26 maggio, nell’ambito della comunità Coresi. Le iscrizioni all’evento, sia in presenza, che nella versione online sulla piattaforma, si possono fare sul sito galeriaterapiilor.ro.”

    Qual è stato il feedback delle due edizioni del progetto “La Galleria delle terapie” svolte finora? “I feedback ricevuti dai partecipanti e dagli speaker delle precedenti edizioni ci hanno incoraggiato a continuare su questa strada, perché tutti hanno sentito che a quest’evento, oltre all’informazione e alla connessione con famiglie e specialisti, oltre a tante esperienze legate alle attività, c’è anche quell’energia positiva, quella fiducia che vale la pena fare tutti gli sforzi per questi bambini, aiutarli a diventare migliori, ad avvicinarsi quanto di più al loro potenziale massimo e goderci il raggiungimento di quest’obiettivo ovviamente per la loro migliore integrazione e la loro valorizzazione nella società.”

    Quali sono le necessità della società romena attuale in merito ai bambini con bisogni speciali e le loro famiglie? Ce lo dice il presidente dell’associazione “Alberto e sorrisi”, condividendo con noi anche la propria esperienza di vita con suo figlio, un bambino con bisogni speciali. Endre Csato: „Il bisogno che sentiamo nella società in questo campo è legato al fatto che queste diagnosi oppure una diagnosi che un bambino riceve alla nascita o dopo, è come un blocco, un elemento che in qualche modo fa sì che le famiglie siano sopraffatte da questa diagnosi, sentano che la loro vita è finita, che non c’è più nulla di positivo da allora in avanti, che c’è tanta incertezza. Noi vorremmo che le famiglie potessero superare questo momento e sentire che c’è una bella vita e tanta allegria anche nella vita di una famiglia che ha un bambino con bisogni speciali. Al momento, la società romena sta attraversando un periodo di transizione, direi dalla negazione, dall’esclusione, a un momento in cui queste cose sembrano cambiare, diventare attuali, un momento più accettabile, come se sentissimo che la società sta diventando un po’ più preparata. È una lunga strada, ma penso che i primi passi siano stati fatti e che stiano accadendo cose migliori in tal senso. Ovviamente con le sfide e le mancanze che sono inevitabili in qualsiasi percorso. Ma credo che la cosa importante sia il miglioramento. È quello che ci insegna, in qualche modo, la vita accanto ad Albert, il nostro bambino diagnosticato con la sindrome di Down, che vale la pena di essere contenti per ogni piccolo passo in avanti. Ed è quello che facciamo.”

    Che cosa desiderano ottenere gli organizzatori con l’evento “La Galleria delle terapie per i bambini con bisogni speciali”? „In seguito all’evento, vorremo tanto che i partecipanti, sia coloro che verranno all’evento, sia chi parteciperà online, sentissero di avere maggiore speranza, maggiore fiducia e sicuramente più informazioni grazie alle quali potranno aiutare i bambini e le famiglie che hanno bambini con bisogni speciali.”

    Alla fine, Endre Csato ci ha parlato di come continuerà il progetto nella vita quotidiana: „La continuazione di quest’evento sarà lo sviluppo di una piattaforma online in cui tutte queste informazioni e tante altre possano essere accessibili all’intera comunità. Al momento parliamo di circa 100 mila famiglie che hanno bambini con bisogni speciali in Romania.”

  • I premi Gopo 2024

    I premi Gopo 2024

    La 18/a edizione del Galà dei Premi Gopo, che si è proposta di celebrare i risultati ottenuti nel cinema romeno negli ultimi anni si è svolta al Teatro Nazionale I. L. Caragiale di Bucarest. Il film Libertà, di Tudor Giurgiu, ha vinto ben 10 statuette Gopo, il maggior numero di premi quest’anno, compreso quello al miglior lungometraggio. Nu aștepta prea mult de la sfârșitul lumii / Do not expect too much from the end of the world di Radu Jude, film molto apprezzato dalla stampa internazionale, insignito del Pardo d’Argento – il Premio Speciale della Giuria a Locarno, proposto dalla Romania agli Oscar 2024, ha vinto solo due premi: quello alla sceneggiatura, assieme a Libertà, il film preferito ai Premi Gopo di quest’anno, e il Premio alla migliore attrice protagonista, aggiudicato da Ilinca Manolache. Una delle più brave attrici romene, Rodica Mandache, è stata insignita del premio all’Intera Carriera nell’ambito del Galà. Tra i più recenti ruoli interpretati da Rodica Mandache sul grande schermo si annoverano Puzzle (con la regia di Andrei Zincă, 2012), del cui cast fanno parte anche gli attori Dan Nuţu, Adrian Titieni e Ioana Pavelescu. Nel 2020, Rodica Mandache ha interpretato accanto a István Téglás, Mădălina Craiu e Andi Vasluianu nel film Luca, di Horațiu Mălăele. Per il ruolo in questo film, Rodica Mandache ha vinto da parte dell’Unione dei Cineasti di Romania il Premio alla Miglior attrice non protagonista.

    Rodica Mandache è stata una delle più amate attrici del Teatro Nazionale di Bucarest e del Odeon, dove si è esibita in numerosi spettacoli teatrali. A consegnarle il premio alla carriera è stato l’attore Marius Manole nell’ambito dalla 18/a edizione del Galà dei Premi Gopo: Per me, per la mia generazione e per le centinaia di studenti che ha avuto e che adesso sono attori importanti sui palcoscenici del Paese, lei è il migliore punto di riferimento che tiene la bilancia dritta. È la persona che ci dà coraggio e ci fa vedere che l’energia non muore mai. Ci dimostra che quando interpreta un ruolo in uno spettacolo, anche se può sembrare una foglia nel vento quando si affaccia sul palco, poi diventa una montagna di forza. Nei momenti in cui mi è difficile e lei mi prende per la mano tutto diventa più facile. Purtroppo, noi non abbiamo più quella curiosità che lei ha conservato e che faremmo bene a imparare di nuovo. Lei ci fa vedere di essere ancora disposta a imparare da qualsiasi persona, ad ascoltare tutti e a parlare a tutti. Sei decenni di lavoro, sei decenni di vita veramente dedicata a questo mestiere bello e affascinante, che noi tutti qui presenti amiamo. Il consiglio più importante che abbia mai ricevuto da Rodica Mandache è questo: ci sono sempre tempi difficili, la stagione è sempre povera, ma il pubblico non deve essere mai ingannato.”

    Per la sua carriera di oltre cinque decenni, l’attore Dan Nuțu è stato insignito del Premio all’Intera Attività alla 18/a edizione del Galà dei Premi Gopo. È conosciuto per i ruoli memorabili nei film Duminică la 6 / Sunday at 6 (regia Lucian Pintilie, 1965), Meandre (regia Mircea Săucan, 1966), Diminețile unui băiat cuminte (regia Andrei Blaier, 1966), 100 / 100 de lei (regia Mircea Săucan, 1973) e Dincolo de nisipuri / Beyond the Sandcliffs (regia Radu Gabrea, 1974), ma anche per la produzione di documentari realizzati nell’ambito del programma Aristoteles Workshop, fondato nel 2006. Con un atteggiamento ribelle e spesso paragonato a James Dean o Tom Courtenay, Dan Nuțu ha interrotto d’un tratto la sua carriera alla fine degli anni ’70 per emigrare negli USA ed è rientrato nel Paese dopo gli anni 2000. Insieme alla produttrice Cristina Hoffman, nel 2006, Dan Nuțu ha gettato le basi di Aristoteles Workshop, un atelier di film documentari dedicato agli artisti di tutto il mondo. Finora questo progetto ha prodotto più di 40 film, molti dei quali essendo selezionati e premiati a prestigiosi festival.

    A consegnare a Dan Nuțu il premio all’Intera Attività è stata l’attrice Oana Pellea: Voglio ringraziare Tudor Giurgiu per avermi dato l’occasione di parlare pubblicamente di un grande amore della mia vita. Un uomo che la telecamera ha adorato e continua ad adorare. Un uomo che, ad un certo momento, ha scelto la libertà, lasciando alle spalle una carriera eccezionale. Un uomo al quale Dio ha regalato fascino e bellezza. Mi dispiace per le nuove generazioni, che non hanno avuto l’occasione di innamorarsi di lui. Se avessi emigrato negli USA ad un certo momento, l’avrei fatto per lui. Non avevo ancora scoperto De Niro.

    Il premio alla categoria Giovane Speranza è stato assegnato a Niko Becker per il ruolo Dumitru del film Spre Nord / To the North. La stessa pellicola ha vinto anche il Premio alla migliore fotografia, premio di cui è stato insignito George Chiper-Lillemark. Între Revoluții / Between Revolutions, con la regia di Vlad Petri, è stato designato il Miglior Documentario. Alla categoria cortometraggio, il premio Gopo è stato assegnato al film Acolo unde bărcile nu ajung / Where No Ships Go, del regista Vlad Buzăianu.

  • Horia, il debutto di Ana-Maria Comănescu nel lungometraggio

    Horia, il debutto di Ana-Maria Comănescu nel lungometraggio

    “Horia”, il debutto nel lungometraggio della regista Ana-Maria Comănescu, è arrivato di recente sui grandi schermi in Romania. “Horia” ha avuto la prima mondiale a novembre 2023, al Festival del Cinema Black Nights di Tallinn. Il pubblico romeno lo ha visto in anteprima nazionale al festival Les Films de Cannes à Bucarest, presentato in competizione nella sezione Le Anteprime dell’Autunno, dove ha vinto il Premio del Pubblico. Un road movie e coming of age allo stesso tempo, con una sceneggiatura scritta da Ana-Maria Comănescu, il film racconta la storia della maturizzazione di Horia, un adolescente diciottenne di un villaggio romeno, innamorato di una ragazza che vive nell’altra parte del Paese. Dopo una lite con suo padre, Horia agisce impulsivamente e scappa di casa con la vecchia moto di suo padre. Lungo la strada incontra Stela, una ragazza intelligente e i due si vedono costretti dalle circostanze a viaggiare insieme e a superare tutta una serie di ostacoli. Prima di “Horia”, Ana-Maria Comănescu ha realizzato tre cortometraggi (In the House, Te mai uiți și la om – Ogni tanto guardi anche l’uomo e Pipa, sexul și omleta – La pipa, il sesso e l’omelette ), ottenendo diversi premi e selezioni a festival studenteschi e internazionali e due nomination ai Premi Gopo.

    Con ogni film, ha cercato di superare la propria zona di confort e di assumersi dei rischi. Così anche con Horia, film in cui ha scelto per i ruoli protagonisti Vladimir Țeca e Angelina Pavel, due attori debuttanti che attraversano il Paese con una moto Mobra fabbricata nella Romania degli anni 70. Ana-Maria Comănescu: “Ho realizzato un road movie anche durante gli anni di facoltà, però in quel film i personaggi giravano in macchina, non in moto, perciò è stato un po’ più facile dal punto di vista tecnico. Mi piace questo modo di girare il film, quando sei sempre in moto e ti sposti da un luogo all’altro. E’ complicato, è vero, ma allo stesso tempo è anche qualcosa di memorabile, rimani con un ricordo pazzesco, ma piacevole. Ho sempre desiderato debuttare con un road movie. E’ uno dei miei generi preferiti ed è sempre un piacere giocare con un genere che esiste già nel cinema, perché lo puoi condire con tutta una serie di elementi di altri generi. Perciò inizialmente sono partita da quest’idea, di fare un road movie. Poi ho pensato alla trasformazione di Horia, il protagonista, durante il suo viaggio. Perché è ovvio che all’inizio Horia agisce in un modo meno maturo che verso la fine. Questo viaggio, che dura al massimo una settimana, riesce a farlo crescere. Anche questo aspetto della storia mi è sembrato interessante da esplorare: il fatto che Horia esce per la prima volta dal suo villaggio sito in una zona della Dobrugea, pensando che questo viaggio fosse uno breve, al massimo di un giorno. Però il suo viaggio è uno iniziatico, un viaggio che arriva ad essere più lungo e più complicato di quanto avesse anticipato. E’ un’altra cosa importante è che, una volta uscito dal suo villaggio, Horia scopre il mondo per la prima volta. Quello che ho voluto è che noi, spettatori, lo scoprissimo assieme a lui, lo accompagnassimo in qualche modo in questo viaggio così importante per lui. Come ho detto anche altre volte, il film ricorre anche alla nostalgia e credo che attraverso Horia possiamo rivivere anche noi quel periodo in cui siamo passati dall’adolescenza alla maturità. Credo che la maggior parte di noi abbia ricorso a gesti pazzeschi nell’adolescenza, che molti di noi  abbiano rischiato quando si sono innamorati e abbiano sperato che il loro amore fosse condiviso. Mi sembra che la storia di Horia sia una storia con la quale molti di noi si possano identificare.”

    Ana-Maria Comănescu, sceneggiatrice e regista del film “Horia”, ci ha raccontato come ha scelto i due attori che interpretano i ruoli protagonisti – Vladimir Țeca e Angelina Pavel – è come ha costruito la relazione tra i personaggi: “Ho lavorato per molti anni alla sceneggiatura, l’ho studiata attentamente e così è diventato chiaro per me che la relazione tra Horia e Stela è, infatti, il nucleo del film. E’ la relazione con Stela ad aiutare Horia a trasformarsi e a percorrere tutta questa strada iniziatica. Perciò è stato importante per la storia che tra i due ci fossero delle differenze, che fossero in qualche modo complementari. Mentre Horia è un personaggio introvertito e ansioso, spaventato dal mondo circostante, Stela è l’opposto. Stela è molto aperta, flessibile, ha la qualità di adattarsi a ogni situazione. E credo che ognuno dei personaggi impari qualcosa dall’altro. Inoltre, mi sono prefissa di non cadere della trappola di un soggetto romantico. Per questo ho scelto che la differenza di età tra Horia e Stela fosse tuttavia significativa. E una ragazza di tredici anni, com’è Stela, può essere il più delle volte più matura rispetto a un ragazzo di diciotto anni, l’età di Horia.”                                  

    Liviu Cheloiu, Daniela Nane, Mihaela Velicu, Dragoș Olaru e Robert Onofrei completano il cast del film “Horia”. Il film è stato girato in zone spettacolari della Romania, che il pubblico avrà l’occasione di scoprire da una nuova prospettiva.

  • La mostra „Pavel Obreja e Hanna Kozeletska – Aprile”

    La mostra „Pavel Obreja e Hanna Kozeletska – Aprile”

    Il Centro Culturale „Mihai Eminescu” di Bucarest ospita, nel mese di aprile, la mostra di scultura e pittura di due artisti, marito e moglie: „Aprile”, in cui espongono lo scultore moldavo Pavel Obreja e l’ucraina Hanna Kozeletska. Il critico dell’arte Marius Tița ha presentato la mostra a Bucarest: „Pavel Obreja crea ritratti, volti. A Bucarest ha portato uno di Brâncuși, uno dei migliori ritratti che io abbia mai visto finora. C’era già Eminescu, lo stava aspettando. Una scultura di piccole dimensioni, in bronzo, realizzata con le proprie mani da un giovane che ha appena compiuto 33 anni.” 

    Della mostra e del significato del suo titolo, „Aprile”, ci ha parlato lo scultore Pavel Obreja: „Io vengo dal sud della Repubblica di Moldova. Sono venuto a Bucarest con la mostra intitolata „Aprile”. E’ una mostra di me e di mia moglie, Hanna. Perché „Aprile” e perché Bucarest? Perché io e Hanna ci siamo incontrati per la prima volta a Bucarest, nel mese di aprile. E ho portato 22 sculture, mentre Hanna 42 dipinti.” 

    Che cosa attrae Pavel Obreja nella tecnica della scultura? „In linea di massima, mi piace far vedere attraverso la scultura come gioca l’ombra sul volume. E’ la cosa che mi piace di più nella scultura. Quando guardiamo una pittura, la guardiamo da un certo punto di vista. La scultura ci impone di girarci e di notare come gioca l’ombra.”

     Lo scultore Pavel Obreja ci ha fatto una breve presentazione del suo percorso artistico: „Ho cominciato a modellare quando ero ancora al Collegio di Arti Figurative „Alexandru Plămădeală”, a Chișinău, dopo di che mi sono laureato presso l’Accademia di Musica e Arti Figurative di Chișinău. Ho fatto il master in scultura sempre a Chișinău. Mi piace molto modellare volti, ritratti, perché in questo modo noto come il maggior scultore, che è la natura, lavora sul volto dell’uomo. Che cambiamenti subisce un ritratto, un uomo lungo la sua vita? Dunque, in funzione di tutti i sentimenti avuti, si crea un ritratto che realizza la stessa Madre Natura. Io cerco di trasmettere questo stato che la natura è riuscita a fare.”

    Pavel Obreja ci parla anche della tecnica della scultura nel bronzo, la sua tecnica preferita in cui realizza le sue opere: „La tecnica è molto complicata. La maggior parte del tempo vede impiegato l’artista, che si occupa della parte tecnologica del bronzo. Mi rallegra molto che dall’inizio fino alla fine del lavoro, fino a quando l’opera è pronta, è un processo che seguo da solo, così come lo sento, lo faccio con le mie mani e usando le mie conoscenze.” 

    Lo scultore ha condiviso son noi la sua opinione sulla pittrice ucraina Hanna Kozeletska, sua moglie: „Hanna Kozeletska è, in primo luogo, mia moglie. E’ la mia pittrice preferita. Spero lo sia anche per altri. Lavora in un modo speciale. Si sente molto la scuola di Harkov, la scuola di Kiev. Lei ha fatto anche pittura su cavalletto e pittura monumentale. In alcuni dipinti, in cui abbina i due stili, si vedono degli effetti particolari.” 

    Alla fine della nostra chiacchierata, Pavel Obreja ci ha raccontato anche della più nuova opera in mostra a Bucarest, l’opera centrale della mostra, per così dire: il ritratto in bronzo dello scultore romeno di fama mondiale Constantin Brâncuși: „Secondo me, questo ritratto ha una storia interessante. E’ stato iniziato a Kiev, mentre stavo frequentando i corsi del secondo master. Mi trovavo, in una piccola crisi di creazione, se la possiamo chiamare così. Ho cominciato a modellare questo ritratto. Mi sono detto che dovevo raffigurare Brâncuși. Non so per quale motivo, forse perché era anche lui uno scultore. Ho cominciato a fare il ritratto di Brâncuși, dopo di che questo ritratto mi ha portato alcuni altri ordini. Quindi quest’attività ha fatto nascere un’altra attività. Dopo, ho fatto una pausa e ho interrotto il lavoro a questo ritratto, per motivi legati ai miei studi universitari. Poi è scoppiata la guerra in Ucraina e siamo stati costretti a partire. Questo Brâncuși è rimasto allo stato di argilla, tutto coperto, nell’atelier di Kiev. Sono tornato a prenderlo, dopo un anno l’ho trovato sempre così, coperto, intero. L’argilla era ancora morbida, si poteva modellare. Certo che lo abbiamo portato nella Repubblica di Moldova ed è stato portato a termine in breve tempo, ormai con nuove forze. E’ arrivato nella tappa che vedete qui e in qualche modo le cose sono accadute da sé. Quindi questo finissage del ritratto è apparso da sé e ne sono contento perché ho visto in lui una specie di dio della scultura. E mi sono detto che forse i pensieri si trasmettono da lontano e si trasformano in cose concrete. Non è che abbia voluto ridargli la personalità di un dio, è successo semplicemente così. Vuol dire che c’è una verità qui.”

  • Solo Show – Eugen Raportoru

    Solo Show – Eugen Raportoru

    Nei mesi di aprile e di maggio, tra la Pasqua cattolica e quella ortodossa, la Galleria CREART di Bucarest ospita una mostra dell’artista visivo Eugen Raportoru, „Resurrezione” – una mostra installazione curata da Daniela Sultana. La cromatica delle opere, i grigi ormai famosi dell’artista, accanto a componenti sottili, caratterizzano un artista con una personalità complessa. Particolari sulla mostra dalla curatrice Daniela Sultana: “Benvenuti all’inaugurazione della mostra personale dell’artista visivo Eugen Raportoru, che si svolge presso il Centro di Creazione, Arte e Tradizione del Municipio di Bucarest, CREART. Come abbiamo già abituato il pubblico, almeno nell’ultimo anno, cerchiamo di collegare la tematica della mostra alle feste o a determinati periodi dell’anno. Questa mostra è dedicata alle feste pasquali. Si svolge tra la Pasqua cattolica e quella ortodossa. È una mostra installazione, che si iscrive nelle tendenze specifiche del programma espositivo presentato dalla Galleria. Sono esposte solo tre opere di grandi dimensioni, tre dipinti ognuno raffigurante una croce, come viene presentata nella Bibbia la crocefissione di Gesù e dei due ladri sul Golgota. … Trattandosi di un’occasione sobria, che trae ispirazione dalla Bibbia, la proposta artistica è stata su misura. Mentre nelle precedenti installazioni c’erano moltissimi elementi, tanti colori, stavolta abbiamo una mostra monocroma, minimalista. Sono esposte solo tre opere, in solo tre colori, infatti non-colori, bianco, nero e grigio.”

    All’inaugurazione della mostra, l’atmosfera nella galleria CREART è stata completata dall’odore dell’incenso nello spazio espositivo, un ingrediente olfattivo purificante. È stata un’intenzione degli organizzatori? Risponde alla nostra domanda Daniela Sultana: “Ovviamente, è stato un elemento proposto dall’artista per completare dal punto di vista olfattivo il concetto artistico. Si sa che egli ha avuto finora delle installazioni famosissime, di cui una è stata acquistata dal Museo dell’Arte Contemporanea, un’altra è stata presentata all’ICR di Londra, al Museo del Contadino, alla Biennale di Venezia, alla 59/a edizione. Anche tramite questo progetto, Eugen Raportoru continua la sua tendenza a oscillare tra la pittura, la pittura che lo ha reso conosciuto, con la sua cromatica specifica, con i suoi emblematici grigi, e l’installazione.”

    Daniela Sultana, la curatrice della mostra “Resurrezione”, ha tracciato un breve ritratto dell’artista visivo Eugen Raportoru per chi non lo conosce ancora: “Per fare un’introduzione, un tentativo di presentazione dell’artista visivo Eugen Raportoru, possiamo dire che quest’anno è stato insignito dal presidente romeno dell’ordine al Merito Culturale. È cittadino d’onore. Si è laureato presso l’UNARTE, dove ha conseguito la laurea e un master. È membro dell’Unione Artisti Figurativi dal 2010. L’Unione lo ha insignito diverse volte del premio alla pittura. È un artista molto attivo, con una vasta attività espositiva, un numero impressionante di mostre personali e collettive, partecipazioni a biennali, saloni, fiere dell’arte locali, alla mostra Art Safari, al Salone dell’Arte Contemporanea, presso il Museo del Contadino Romeno, al Museo dell’Arte Contemporanea. Ha esposto spesso anche all’estero, presso l’Accademia Reale dell’Arte di Londra, al Vaticano sotto l’egida dell’UNESCO, al Museo Etnico di Oslo e Stoccolma, ma anche in quasi tutti i musei romeni, al Museo del Municipio di Bucarest, al Museo della Letteratura, al Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Pavel Șușară, al Brukenthal di Sibiu, al Museo dell’Arte di Galați, ai Musei dell’Arte di Costanza e Târgu Jiu, al Museo Provinciale di Gorj e ovviamente presso numerosi centri e gallerie dell’arte contemporanea.”

    Al termine della nostra chiacchierata, la curatrice Daniela Sultana, della Galleria CREART, ci ha presentato brevemente i progetti ai quali sta lavorando e che cosa ha in cantiere per il pubblico amante dell’arte nel prossimo periodo: “Nel prossimo periodo, la Galleria CREART ha un progetto nell’ambito della Romanian Design Week. Si tratta sempre di una mostra-installazione di un designer romeno riconosciuto a livello internazionale, Dorin Negrău. Abbiamo in programma, ovviamente, anche mostre personali, tenuto conto delle dimensioni della nostra galleria. Abbiamo puntato su solo show con una propensione per le installazioni. A livello internazionale, c’è una mostra presso l’ICER, a Venezia.”

  • “Il caso dell’ingegnere Ursu”, un documentario sulla ricerca della giustizia

    “Il caso dell’ingegnere Ursu”, un documentario sulla ricerca della giustizia

    Da più di 30 anni, Andrei Ursu sta lottando per far conoscere la verità sulla morte di suo padre. Gheorghe Ursu è stato ucciso nelle carceri della Securitate, la polizia politica del regime comunista, dopo aver denunciato la decisione di Nicolae Ceaușescu di fermare il consolidamento degli edifici danneggiati durante il terremoto del 1977. Realizzato da Liviu Tofan e Șerban Georgescu, “Il caso dell’ingegnere Ursu” è un documentario commovente sulla ricerca della libertà in un sistema che se ne oppone, arrivato di recente sul grande schermo.

    Liviu Tofan, cineasta e giornalista per due decenni presso la redazione romena dell’emittente Radio Europa Libera, co-regista del documentario “Il caso dell’ingegnere Ursu”, ci ha parlato delle due storie raccontate nel film: “In questo titolo, “Il caso dell’ingegnere Ursu”, si ritrovano due storie degli ingegneri Ursu, padre e figlio. Sono vicende emblematiche, quella di Gheorghe Ursu, per la storia della Romania durante il comunismo, negli anni ‘80, mentre l’altra, di Andrei Ursu, per la Romania di oggi, poiché la sua lotta di oltre 30 anni per fare giustizia al padre è emblematica. Entrambe le storie cominciano dal terremoto del 1977, direi che sono due storie con due bollini rossi: uno per la Romania comunista e l’altro per la giustizia nella Romania democratica. Purtroppo, la seconda storia, quella di Andrei Ursu, non è molto più incoraggiante di quella di Gheorghe Ursu. A 35 anni dalla Rivoluzione, siamo ancora in attesa di una sentenza giusta nel caso della morte del dissidente Gheorghe Ursu, una sentenza corretta non solo da un punto di vista giuridico, ma anche storico. Le personalità di Gheorghe e Andrei Ursu sono estremamente forti e funzionano come veri modelli in una società così capovolta com’è la nostra società di oggi. Abbiamo qui due modelli rari, due modelli che rappresentano la base del film. Gheorghe Ursu è stato ucciso dalla Milizia e dalla ex Securitate perché ha rifiutato qualsiasi compromesso nell’indagine, lo sappiamo dai documenti della Securitate. Ha rifiutato decisamente di coinvolgere i suoi amici nelle indagini della Securitate ed è stato talmente categorico che lo hanno calpestato. È un modello di onore e verticalità che non ha rinunciato neanche per un secondo ai suoi principi. Suo figlio è un uomo che sta sacrificando effettivamente la sua vita per un ideale. Andrei Ursu ha messo in gioco la sua vita due volte, facendo lo sciopero della fame per le sue idee, considerando che le sue idee fossero più importanti della sua vita. Il valore del film sta infatti nella forza di questi due modelli.”            

    La prima proiezione del documentario ha avuto luogo nell’estate dell’anno scorso, qualche giorno prima che venisse annunciata la sentenza definitiva dell’Alta Corte di Cassazione e Giustizia. Nonostante il caso attentamente costruito, gli incolpati sono stati assolti definitivamente, cosicché il film rimane l’unica forma di giustizia e riconoscimento nel caso del dissidente Gheorghe Ursu. Liviu Tofan, co-regista del documentario “Il caso dell’ingegnere Ursu”: “Gran parte del film è rappresentata dalla lotta di Andrei Ursu nella giustizia. Viene presentata tutta la cronologia dei problemi e degli ostacoli che ha affrontato dal 1990, sotto varie forme: rinvii, rifiuti, argomenti invocati tra cui la prescrizione del reato, tutta una serie di ostacoli. Ricordiamoci che dopo il 1990, uno dei due incolpati di adesso, Vasile Hodiș, uno degli inquirenti colpevoli della morte di Gheorghe Ursu, non era più ufficiale della Securitate. Era, invece, un ufficiale del Servizio Romeno di Informazioni (SRI) e lo è stato per molti anni, dunque è rimasto nel sistema, nel sistema che si è sempre opposto a Andrei Ursu. Nel 2000, disperato, Andrei Ursu fa lo sciopero della fame per la prima volta. Ha fatto due volte lo sciopero della fame nella maniera più seria possibile e ha avuto da guadagnare entrambe le volte, proprio perché le autorità si sono rese conto che non stava scherzando e che era disposto a morire per le sue convinzioni. E allora hanno ceduto. Nel 2000, il caso è stato riassegnato al procuratore Dan Voinea, che ha continuato le indagini. Il suo secondo sciopero della fame è avvenuto a ottobre 2014, quando Andrei Ursu era di nuovo in un’impasse totale. E allora, nel contesto pre-elettorale di quell’autunno, le autorità hanno ceduto nuovamente. Allora tutto quello che era stato negato ad Andrei Ursu è stato accettato d’un tratto. Solo allora è stato ammesso che venissero indagati i due ex ufficiali della Securitate, Marin Pârvulescu e Vasile Hodiș. Fino al 2014, il sistema aveva semplicemente rifiutato che alcuni ex ufficiali della polizia politica comunista venissero sottoposti a indagini.”

    Prodotto da Kolectiv Film, in co-produzione con la Fondazione „Gheorghe Ursu”, Victoria Film, l’Associazione Follow Art e la Società Romena di Televisione, il documentario ha avuto già una serie di proiezioni speciali nel corso del 2023, al Cinema Union, al Cinema Eforie, al Cinema Museo del Contadino e al Giardino dei Film, ma anche nell’ambito di festival del cinema (TIFF Sibiu e Oradea, Festival del Cinema e della Storia di Râșnov – FFIR, Fălticeni – Centenario Monica Lovinescu) e in alcune città dell’itinerario della Carovana TIFF.

  • La Romania alla Fiera del Libro di Londra 2024

    La Romania alla Fiera del Libro di Londra 2024

    A 35 anni dalla Rivoluzione Romena, l’Istituto Culturale Romeno ha celebrato la libertà in tutte le sue forme creative, ad una nuova edizione della Fiera del Libro di Londra / London Book Fair. Sintetizzata con il motto “Le Voci della libertà / Voices of Freedom”, la partecipazione della Romania all’edizione di quest’anno della Fiera del Libro di Londra – uno dei maggiori eventi dedicati ai professionisti del settore letterario – è stata dedicata a tutte le generazioni di scrittori autoctoni che hanno creato con una totale libertà della parola. L’Istituto Culturale Romeno ha preparato un programma di eventi, tra presentazioni di libri, conferenze e spettacoli di spoken word, che si sono svolti presso lo stand dell’ICR alla fiera, alla sede dell’ICR di Londra, alla biblioteca Barbican e alla Conway Hall.

    Eli Bădică, coordinatrice e fondatrice della collana di letteratura romena contemporanea n’autor del Gruppo Editoriale Nemira, ci ha parlato della partecipazione alla Fiera del Libro di Londra dalla sua prospettiva di editore: “Certo che una fiera del genere è accessibile anche al pubblico, ma non è con vendita libri. Non è una fiera simile a quelle che si svolgono in Romania, in cui sono organizzati molti eventi e presentazioni, è un evento dedicato piuttosto ad agenti letterari, editor, manager culturali e traduttori, al networking letterario, ma anche commerciale. È una fiera importante per me e i miei colleghi, che stiamo lavorando in quest’industria, la seconda dopo quella di Francoforte come importanza a livello mondiale. Proprio per questo sono organizzate, in maniera in qualche modo strategica, in primavera e in autunno, perché sono le fiere in cui vengono acquistati di solito diritti per la traduzione. Tornando alla presenza della Romania all’attuale edizione della fiera, una parte degli eventi si è svolta presso la sede dell’Istituto Culturale Romeno di Londra, mentre altri due eventi hanno avuto luogo presso biblioteche, in alcuni spazi bellissimi. Sono stati presenti scrittori romeni, critici letterari, manager culturali, che hanno partecipato a discussioni molto interessanti. Sono state presentate anche alcune traduzioni dal romeno all’inglese apparse di recente. Nell’ambito di questi eventi, è tornata questa discussione, che solo il 3% del mercato del libro anglo-sassone è rappresentato dalle traduzioni. E lo dico per far capire quanto sia difficile la missione degli editor, di cercare di trovare case editrici per gli scrittori romeni in questo spazio, in cui l’inglese domina il mercato del libro. Ho avuto a Londra alcuni incontri con traduttori, editor e agenti interessati veramente a quello che scrivono gli scrittori romeni. Quello che poche persone sanno è che, di solito, i piani editoriali che si fanno in questi spazi prendono in considerazione pochissimi scrittori dell’Est, a volte uno solo in un anno editoriale. E allora l’idea è che devi cercare di convincere l’editore, il traduttore o l’agente di scegliere che quello scrittore dell’Europa dell’Est sia uno scrittore romeno.” 

    La partecipazione all’attuale edizione della Fiera del Libro di Londra è stata inaugurata con un evento dedicato alle voci delle scrittrici di Romania e Gran Bretagna. Una delle scrittrici che hanno partecipato al dibattito è stata Elena Vlădăreanu, promotrice e coordinatrice del Premio „Sofia Nădejde”, assegnato alle scrittrici romene contemporanee. Elena Vlădăreanu: „Una delle scrittrici partecipanti a questa discussione è stata la scrittrice Alina Purcaru, che coordina, assieme a Paula Erizanu, l’antologia in tre volumi “Un secolo di poesia romena scritta da donne”, pubblicata dalla casa editrice Cartier. È un’antologia molto importante perché Alina e Paula hanno raccolto un secolo di poesia romena, selezionando e riuscendo a portare in primo piano scrittrici che molta gente non conosce neanche. Alla stessa discussione hanno partecipato anche due scrittrici e filosofe molto interessanti di Gran Bretagna, con una ricca attività e dottorati in filosofia, Suzannah Lipscomb e Hannah Dawson. Suzannah Lipscomb è specializzata in storia e di recente ha gettato le basi di un premio alla letteratura non-fiction e che viene a continuare il premio concesso in Gran Bretagna alla letteratura di finzione. Questo premio che ha creato è intitolato Women’s Prize for Non-Fiction. Al dibattito organizzato dall’ICR Londra, Suzannah Lipscomb ha detto che l’idea del premio le è venuta notando che i riferimenti a livello accademico erano piuttosto ai testi e alle ricerche scritte da uomini. Perciò, ha pensato di mettere in risalto questi testi di non-finzione scritti da donne e per questo ha creato il premio, che quest’anno sarà assegnato per la prima volta. A suo turno, Hannah Dawson, specialista nella filosofia del linguaggio, ha pubblicato di recente all’editrice Penguin un’antologia intitolata The Penguin Book of Feminist Writing. Per raccoglierla, la Dawson ha percorso almeno 100 anni di letteratura scritta da donne. È stata interessata, in primo luogo, a trovare testi sconosciuti che toccassero argomenti femministi. Ed ha avuto la sorpresa di trovare testi molto antichi, di oltre 100 anni, che trattavano in un modo molto contemporaneo tematiche femministe, come la parità di diritti, il diritto all’istruzione, lo status sociale delle donne, i rapporti che le donne hanno all’interno della famiglia e all’interno della società.”

    Mădălina Căuneac, Liliana Corobca, Cosmin Perța, Florentin Popa, Maria Stadnicka, Matei Vișniec, Marius Chivu, Bogdan Crețu, Alex Ciorogar e Susan Curtis, Iulian Morar, Gabi Reigh e Milena Deleva completano la lista dei partecipanti agli eventi organizzati dall’ICR Londra nell’ambito della Fiera del Libro di Londra.

  • La Romania alla Biennale di Venezia

    La Romania alla Biennale di Venezia

    “Che cos’è il lavoro / What Work Is” è il progetto selezionato che rappresenterà la Romania alla 60-a edizione della Mostra Internazionale d’Arte / La Biennale di Venezia. Il progetto appartiene a Șerban Savu e sarà presentato nel Padiglione della Romania nei Giardini della Biennale e nella Nuova Galleria dell’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia dal 20 aprile al 24 novembre 2024. Il tema del progetto proposto da Șerban Savu è il rapporto tra lavoro e tempo libero. Șerban Savu è un artista visivo che vive e lavora a Cluj (nord-ovest della Romania), si è laureato all’Università di Belle Arti di Cluj ed è un pittore realista che coglie la vita quotidiana e l’esistenza contemporanea in Romania, con una propensione per i temi legati al lavoro e al piacere. Il progetto per la Biennale di Venezia è curato dall’artista Ciprian Mureșan, collega e collaboratore di Șerban Savu. Ecco che cosa ci ha detto l’artista Șerban Savu a proposito del progetto che rappresenterà la Romania. „Che cos’è il lavoro / What Works Is” è il titolo di una poesia di Philip Levine, un poeta che si è preoccupato del lavoro e si è fatto domande su che cosa rappresenta il lavoro ed ha risposto in un modo ammirevole. Mi sono ritrovato molto nelle sue poesie. Non a caso il mio libro del 2018 parla di cinque poesie di Philip Levine sul lavoro. Sto lavorando su questo tema e mi interessa da un po’ di tempo. In un certo modo, l’ho visto attraverso il filtro della storia delle arti, guardando l’arte propagandistica di prima dell’89, che tuttavia è rimasta con noi ed esiste ancora nei nostri giorni, ma non è così visibile. E, come diceva Ciprian, non sappiamo rapportarci ad essa per il momento. E’ passato troppo poco tempo per poter avere un atteggiamento rilassato oppure obiettivo. Siamo troppo soggettivi. E così ho toccato il tema del lavoro, cercando, infatti, di capire chi siamo noi oggi. Però ricorrendo all’arte, alla sua storia”, ha spiegato Șerban Savu .

     

    Che cosa potrà vedere il pubblico che visita la biennale?  “Nel Padiglione Centrale ci sarà un polittico di grandi dimensioni, che conterrà circa 40 opere. Una parete dominante, evidentemente, sarà completata da una struttura di piedistalli sui quali saranno esposti quattro modellini di edifici emblematici con inserti di mosaico. Presso la Nuova Galleria dell’Istituto Culturale Romeno produrremo, per sette mesi, un mosaico di grandi dimensioni, raffigurante un picnic, una scena di rilassamento, che si svolge il 1 Maggio, ma un 1 Maggio diverso da com’era una volta. Un 1 Maggio in cui la gente è libera di passare il tempo come desidera, senza implicazioni propagandistiche”, aggiunge Șerban Savu.

     

    Șerban Savu ha spiegato anche perchè ha scelto il polittico come forma di presentazione della sua arte. “E’ una forma canonica. Io guardo la realtà e quello che mi circonda attraverso il filtro della storia dell’arte, e il polittico, forma di arte religiosa, serve alle mie idee, nel senso in cui io guardo l’ideologia come la religione, in un certo modo. … Prima, il lavoro era parte dell’arte ufficiale e dell’arte della propaganda ed era qualcosa di fondamentale nella costruzione della società. Adesso le cose stanno diversamente, ovviamente, e sono stato interessato a vedere come può il mondo di oggi trovare la sua indipendenza e come può evitare i sistemi produttivi e trovare la propria autonomia. Il lavoro implica, ovviamente, uno stato di alienazione, soprattutto il lavoro all’estero, alienazione da parte di chi va lontano dal Paese e di chi torna dopo molto tempo passato fuori e torna a realtà diverse in rapporto alle quali si sente estraneo”, aggiunge l’artista.

     

    Il curatore del progetto, Ciprian Mureșan, ci ha offerto maggiori dettagli sul tema e sull’ispirazione del progetto e sul rapporto tra i due artisti creatori. “Gli artisti hanno un rapporto speciale con il lavoro. Abbiamo iniziato con una selezione di opere. Possiamo dire che siamo arrivati a una conclusione abbastanza rapida, perché siamo sulla stessa lunghezza d’onda visto che lavoriamo nello stesso atelier. Siamo abbastanza intuitivi, in un certo modo. Ci siamo mossi e siamo arrivati a una conclusione”, spiega Ciprian Mureșan.

     

    Ciprian Mureșan ci ha descritto gli elementi della mostra alla biennale e ha tracciato un breve ritratto di Șerban Savu. “Șerban Savu è, infatti, pittore come formazione. Lui, come pittore, nel 2008-2009 ha cominciato a lavorare un po’ con il mosaico. Gli piacevano moltissimo i mosaici antichi, romani, greci. Vedremo nel padiglione, dunque una selezione di dipinti, dal 2005 al 2024, 45 dipinti raccolti in un polittico, in una specie di altare, diciamo, che crea una specie di dialogo con Venezia”, dice ancora il curatore.

     

    Da parte sua, la Commissaria della Romania per la Biennale di Venezia, Ioana Ciocan, ci ha parlato del processo di selezione dei progetti e della scelta di quest’anno. “Devo dire che ogni volta il padiglione della Romania alla Biennale di Venezia non passa inosservato. Quest’anno ci sono quasi 90 Paesi che hanno padiglioni nazionali. La Romania ha la fortuna di avere già dal 1938 un padiglione proprio nei Giardini della Biennale. Ogni volta, la Romania ha mandato artisti molto importanti e menzionerei coloro a cui non pensa nessuno: Nicolae Grigorescu, Ștefan Luchian, Henry Mavrodin, Geta Brătescu oppure Adrian Ghenie, per avvicinarmi all’epoca contemporanea. Sarà sicuramente un padiglione molto amato, in cui le persone si incontreranno e in cui troveranno scene che sono estremamente familiari per loro … Secondo me, più artisti, più curatori dovrebbero avere il coraggio di partecipare alla Biennale. Sì, la competizione è ogni volta estremamente stretta, ma tutti dovrebbero fare uno sforzo, tutti quelli che vogliono, e mandare i loro dossier di modo che siano esaminati dalla giuria. E’ un processo difficile, soprattutto per i membri della giuria, che sono nazionali, ma anche internazionali. E’ un processo difficile, perché la responsabilità è molto grande, cioè mandiamo un progetto a rappresentare un Paese. E’ davvero un processo complicato”, conclude Ioana Ciocan.

  • “Amar”, un documentario premiato all’Astra Film Festival 

    “Amar”, un documentario premiato all’Astra Film Festival 

    L’anno scorso, il Premio alle Nuove Prospettive dell’Astra Film Festival è stato aggiudicato dal documentario „Amar”, della regista Diana Gavra, che dall’8 marzo è proiettato sui grandi schermi in Romania. Diana Gavra ha costruito, con tenacia e coraggio, „un rapporto di fiducia e intimità con i protagonisti per farci avvicinare a un gruppo di persone per le quali rubare soldi dalle tasche altrui è – come lo descrivono loro stessi – „un modo di vita”. Con obiettività, senza sensazionalismo, offrendo ai protagonisti lo spazio necessario per esporre sinceramente la loro vita complicata – questo film svela con maestria la personalità delle persone oltre gli stereotipi”. Abbiamo letto la dichiarazione della giuria della competizione dell’Astra Film Festival.

    Amar Răducanu, un giovane di etnia rom, il protagonista del film, e la regista Diana Gavra si sono incontrati nel 2021. Amar ha rubato a Diana una busta con denaro, Diana si è rivolta alla polizia e, con l’aiuto delle camere di sorveglianza, il ladro è stato identificato. Amar era appena uscito dal carcere, dove era finito sempre per furto, ed ha proposto a Diana Gavra di restituirle i soldi per sfuggire a una nuova condanna. Diana si è resa conto che per restituirle i soldi, Amar sarebbe stato costretto a rubare di nuovo. Però ha accettato di ritirare la denuncia ponendogli una condizione: di farsi riprendere dalla telecamera e diventare personaggio nel suo film documentario. Amar ha detto di sì e così è iniziata la loro collaborazione.

    Nel momento in cui ha iniziato a girare il film, Diana Gavra, regista, avvocatessa, docente presso la Scuola Nazionale di Studi Politici e Amministrativi SNSPA, aveva anche un dottorato nell’inserimento sociale del rom, quindi si era già documentata sull’argomento. La realizzazione del film è stata anche per lei una sfida a superare i propri limiti e a cercare di relazionarsi con un mondo che le era estraneo: „La mia intenzione era di mettere questo mondo in una luce diversa attraverso questo film e di guardare le cose da una prospettiva umana. Vedere queste persone così come sono veramente, conoscere i loro problemi, sentimenti, emozioni, desideri e frustrazioni. Sono riuscita, in un anno, ad assistere a battesimi, matrimoni, funerali, assolutamente a tutto quello che è successo nella vita di Amar, della sua famiglia e nella sua cerchia di stretti amici e parenti. Ovviamente, le persone come noi non interagiscono affatto con questo ambiente. Viviamo in mondi paralleli, ognuno nella propria bolla, e abbiamo l’impressione che tutti pensino come noi, che ci possiamo capire a vicenda, che il nostro mondo sia perfetto. I nostri mondi – il mio e quello di Amar – interagiscono solo in caso di conflitto. Così è accaduto nel 2021: lui mi ha rubato dei soldi, io ho fatto la denuncia e tutto poteva finire con la sua incarcerazione. Infatti, noi non sappiamo come vivono queste persone e loro non sanno come viviamo noi. Loro non sanno neanche che prospettive di vita potrebbero avere, poiché neanche noi ci siamo posti questo problema, che loro potrebbero avere una vita diversa. Perciò ho pensato che, tramite questo film, avrei potuto evidenziare il loro mondo, ma anche il nostro, sollevando problemi di responsabilità sociale. Si vede anche nel film che Amar è nato a Bucarest, anzi nel centro di Bucarest, sulla via Episcop Radu, nei pressi di Calea Moșilor, ma è completamente analfabeta. Ci sono dibattiti sull’analfabetismo funzionale e ci si preoccupa per il fatto che sia così diffuso. Ma Amar non sa scrivere neanche il proprio nome. E mi chiedo come sia possibile che un bambino nato nel 1986, nel centro di Bucarest, sia lasciato così in balìa alla sorte. È vero, la famiglia non lo ha mandato a scuola, perché il loro modello di vita non era questo, ma la società che cosa ha fatto per lui? Penso che nelle statistiche debba essere precisato che questo bambino non ha mai frequentato la scuola. E allora mi chiedo, noi non abbiamo alcuna responsabilità nei confronti di queste persone? Nell’epoca ChatGPT che possibilità può avere Amar, che non sa scrivere neanche il proprio nome?”

    Amar racconta storie di persone che provengono da ambienti svantaggiati, che hanno avuto addizioni e sono cresciute sulla strada, di gente che è arrivata a conoscere di persona sistemi, legislazioni e condizioni di detenzione nei vari penitenziari dell’Europa. Alcuni sono incurabili, altri sono arrivati ad essere inseriti nei sistemi sociali di altri Paesi, hanno imparato a scrivere e a leggere, hanno una vita sociale, un’abitazione e impegnano il proprio tempo in modo costruttivo. Nel momento in cui ha incontrato Diana Gavra, Amar Răducanu aveva 35 anni, di cui 13 li aveva passati in carcere per furto. La proposta di Diana, di diventare personaggio nel suo film, gli ha cambiato la vita, dice Amar: “Vi potete rendere conto che sono uscito da questo mondo, voglio uscire dal mondo della delinquenza. Ho una famiglia, ho figli, non voglio più tornare in carcere, ne ho fin sopra i capelli del carcere. Voglio vivere una vita migliore, a casa mia. La proposta della signora Diana Gavra è arrivata nel momento giusto per me, ho voluto vedere questo mondo che non conoscevo. E mi piace veramente. Quando abbiamo iniziato a girare il film è stato più difficile, perché non ero abituato alla telecamera, ma poi ha cominciato a piacermi. E alla fine tutto è andato bene, abbiamo cominciato sia io che i miei colleghi a capire come bisogna muoversi davanti alla telecamera.”

    Il documentario AMAR è una produzione Pintadera Film e Pro Omnia Cinema realizzata con il sostegno del Centro Nazionale del Cinema. Il direttore della fotografia è Marius Panduru e la fotografia è firmata da Rareș Dima, Lóránd Márton, Ștefan Comănescu, Alexandru Mavrodineanu, Gabriel Scoarță, Andrei Petrea, Radu Strîmbeanu. Il montaggio è stato realizzato da Eugen Kelemen e Monica Pascu.

  • “Victor Brauner. Tra onirico e occulto”, in mostra a Bucarest

    “Victor Brauner. Tra onirico e occulto”, in mostra a Bucarest

    La mostra “Victor Brauner. Tra onirico e occulto” resterà aperta al pianterreno della Galleria Nazionale del Museo Nazionale d’Arte della Romania fino al 30 aprile 2024. Inaugurata il 1° dicembre 2023, la mostra sottolinea il carattere originale, con fonti autoctone, della creazione di Victor Brauner, nonché il suo contributo al movimento surrealista dal cui lancio ricorrono 100 anni nel 2024. Con oltre 100 opere esposte, la mostra presenta le fonti iniziali della creazione dell’artista, provenienti dalla spiritualità popolare e dalla sua sensibilità per l’occulto e le pratiche esoteriche, nonché l’evoluzione dei suoi mezzi artistici verso un’estetica surrealista.

    La mostra è curata da Călin Stegerean, il direttore del Museo Nazionale d’Arte della Romania. “La mostra presenta opere dell’artista e oggetti che abbiamo preso in prestito dal Museo Nazionale del Villaggio Dimitrie Gusti di Bucarest e che si propongono di riflettere questa sensibilità dell’artista per l’onirico e l’occulto. D’altronde, moltissime fonti biografiche indicano questa sensibilità dell’artista e il modo in cui si è riflessa nella sua opera pittorica e non solo. Poiché la nostra mostra ha anche un’importante componente rappresentata da opere di grafica, disegno, acquarello, guasche, ma anche incisione, tecnica in cui, come pure nella pittura, Brauner ha eccelso. Sono opere che appartengono al Museo Nazionale d’Arte della Romania, ma anche prestate dal Centro Pompidou di Parigi, dal Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Saint-Etienne, e dal Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Strasburgo, nonché dal Museo delle Arti Visive di Galați e dal Museo Țării Crișurilor di Oradea. Credo che siamo riusciti a portare tante opere perché il progetto espositivo è stato convincente, rappresenta una novità nel paesaggio museologico internazionale. Negli ultimi anni sono state realizzate diverse mostre dedicate a questo artista, compresa quella organizzata nel 2023 a Timișoara, che è stata Capitale Europea della Cultura, però nessuna ha presentato la creazione dell’artista su queste coordinate, che sono essenziali per la sua opera, l’onirico e l’occulto. In più, in Romania essendoci tante opere dell’artista, credo sia stata un’occasione per i collezionisti di farle vedere al pubblico. Si trovano nella mostra anche riviste e libri d’avanguardia firmati dall’artista, che provengono dalla Biblioteca Nazionale della Romania, dalla Biblioteca Metropolitana di Bucarest e dalla Biblioteca Centrale Universitaria Lucian Blaga di Cluj-Napoca. Inoltre, documenti inediti legati alle sedute di spiritismo praticate da Bogdan Petriceicu Hașdeu, che provengono dall’Archivio Nazionale della Romania”, spiega il curatore.

    Victor Brauner nacque nel 1903, a Piatra Neamț. Dopo un periplo a Vienna e Brăila, nell’anno 1918 la sua famiglia si stabilì a Bucarest, dove Victor Brauner frequentò la Scuola di belle arti. Nel 1923 entrò in contatto con il movimento d’avanguardia diventando collaboratore delle più importanti riviste d’avanguardia: Contimporanul, Punct, Integral, Unu, Urmuz e partecipò alle più importanti mostre del gruppo d’avanguardia accanto a Marcel Iancu, M.H. Maxy, Hans Mattis-Teutsch, Milița Petrașcu. Nel 1932 aderì al movimento surrealista guidata da André Breton e partecipò a diverse mostre del gruppo. Nel 1938 si stabilì a Parigi, senza tornare mai più in Romania, e attraversò con grandi difficoltà il periodo della seconda Guerra Mondiale. Dopo la guerra conobbe un successo ascendente in Europa e negli USA. Si spense nel 1966, essendo riconosciuto come un prestigioso rappresentante del surrealismo. Nella mostra inaugurata al MNAR è proiettata anche la sezione “Les illuminations successives” della pellicola “Victor Brauner – Le grand illuminateur totémique” (2014) con la regia di Fabrice Maze.

     E’ una mostra che noi promuoviamo sotto lo slogan “Più che una mostra, un’esperienza”. Perché il visitatore è invitato a percorrere la mostra come se partecipasse a un’esperienza sensoriale, che lo rimette in relazione con le arti visive. La scenografia è particolare e si propone di istituire una dimensione onirica proprio tramite la configurazione dello spazio e i colori delle pareti alle quali sono appesi i quadri. Ci siamo prefissi di offrire al pubblico diversi tipi di messaggi, alcuni rappresentati da testi che accompagnano le varie sezioni della mostra, ma non solo questo. Dicevo che la mostra gode di una scenografia particolare. I colori delle pareti cambiano, e la geometria dello spazio non assomiglia a niente di quello che i visitatori hanno visto finora nelle mostre temporanee del nostro museo. Credo sia una prima anche a livello internazionale, perché devo confessare di avere realizzato una documentazione molto dettagliata”, aggiunge Călin Stegerean.

    Il Museo Nazionale d’Arte della Romania possiede otto opere di pittura e due di grafica dell’artista Victor Brauner.

  • Film O’Clock International Festival

    Film O’Clock International Festival

    Film O’Clock International Festival è arrivato alla quarta edizione e si svolge nel periodo 28 febbraio – 3 marzo presso prestigiose università del cinema, sale cinematografiche e altri centri partner di Romania, Lituania, Ucraina, Moldova, Bulgaria, Grecia, Egitto e Sud Africa. Per la competizione internazionale dei cortometraggi, la squadra del festival ha scelto 10 titoli provenienti dagli 8 Paesi, alcuni già nominalizzati e premiati a festival internazionali quali la Berlinale, Sarajevo, Jihlava e San Sebastian. I film sono in gara al Film O’Clock International Festival per due premi: il premio del pubblico e il premio della giuria.

    Mirona Radu, direttrice del Festival Film O’Clock, ci ha parlato di come si è svolo il processo di selezione dell’attuale edizione: “Abbiamo cercato anno dopo anno di consolidare il festival, aggiungendo ogni anno un nuovo Paese. Abbiamo cominciato con cinque Paesi e siamo arrivati a otto. Certamente, la nostra idea, il nostro sogno è di esplorare anche altre zone, altri fusi orari, perché le persone sono interessate in primo luogo al concetto. E’ interessante sapere che, simultaneamente, lo stesso contenuto, ovvero lo stesso film è visionato in Paesi molto diversi, molto lontani. Proiezioni simultanee sono state fatte anche altre volte in Europa, ma aggiungendo i due film dall’Africa, siamo riusciti a superare i confini del continente. Quest’anno è stato molto difficile fare la selezione, perché abbiamo ricevuto molti più film di qualità, moltissimi, ne abbiamo visti più di 100. E’ una buona cosa, che ci dimostra che siamo diventati più visibili, che ha gente si fida del concetto, della nostra selezione. Siamo contenti, ma d’altra parte, come dicevo, il processo di selezione è stato molto difficile. Siamo tre persone che si occupano della selezione e ovviamente abbiamo avuto anche discussioni accese, forse anche perché abbiamo background diversi. Oltre a me, c’è il critico Andrew Mohsen dall’Egitto e Zhana Kalinova dalla Bulgaria. Non è facile trovare una formula o fare una selezione che accontenti tutti i tipi di pubblico, soprattutto perché il pubblico del nostro festival è diverso, proviene da così tanti Paesi. Allo stesso tempo, il processo di selezione è interessante perché ognuno di noi impara qualcosa. Non mettiamo l’accento su un determinato genere, per cui abbiamo in programma sia film di finzione che di animazione. Quest’anno abbiamo anche un documentario. Quanto alla selezione, non ci proponiamo di avere un certo numero di film. Avremmo voluto avere più film a questa edizione, ma siccome la maggior parte sono più lunghi, di 20, 25 o 30 minuti, non abbiamo potuto aggiungere tanti titoli.”

    Tre dei film inseriti nella competizione internazionale sono romeni, („Suruaika”, di Vlad Ilicevici, Radu C. Pop, “When the MIGs fly”, di Philip Găicean, „Hypatia”, di Andrei Răuțu), mentre uno arriva dalla Repubblica di Moldova („Bad News”, di Liviu Rotaru). Film O’Clock International Festival ha in programma anche due conferenze. Mirona Radu: “Ogni volta aggiungiamo nel programma del festival anche due conferenze dedicate soprattutto all’industria cinematografica. E lo dico perché siccome gli invitati sono di solito professionisti del settore, può darsi che i temi siano in un certo modo di nicchia. Ma le conferenze sono, ovviamente, aperte al pubblico. Una di esse ha come tema il patrimonio e l’intelligenza artificiale. Toccando questi argomenti, vogliamo fare un legame tra il passato e ciò che succede adesso, con uno sguardo anche al futuro. L’intelligenza artificiale, un argomento presente in tanti dibattiti, può essere anche uno strumento che ci aiuta a preservare il patrimonio. E mi riferisco strettamente alla conservazione dei film d’archivio oppure a quelli parlati in lingue meno conosciute. Ad esempio, nel Sud Africa, dove al momento si parlano 11 lingue ufficiali, c’è una compagnia che sta sviluppando un progetto estremamente interessante con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale. L’idea è di cercare di conservare, utilizzando l’Intelligenza Artificiale, i film realizzati là e la lingua parlata nel film, con tutto il suo specifico, perché non si sa per quanto tempo potremo ancora conservare queste cose, tenuto conto della globalizzazione sempre più accentuata. La seconda conferenza ha come tema la salute mentale, un argomento molto esaminato e importante da toccare. In riferimento alla salute mentale, dobbiamo ammettere che anche l’industria cinematografica è e può diventare un ambiente tossico se non riusciamo a mantenere certi limiti. Di questi aspetti parleremo in questa seconda conferenza.”

    Ogni cortometraggio del programma Film O’Clock International Festival ha offerto una prospettiva unica sulla cultura del suo Paese o ha cercato di trasportare lo spettatore in uno spazio immaginario, senza legami con un altro stato. Temi quali i legami di famiglia, i cambiamenti nella società, il realismo emozionante e l’immaginazione sconfinata sono alcuni degli argomenti esplorati nei cortometraggi presentati quest’anno”, afferma Zhana Kalinova, critica cinematografica, una delle curatrici della selezione del Film O’Clock International Festival.

  • La mostra “Tra la Romania e la Francia. Un percorso figurativo notevole”

    La mostra “Tra la Romania e la Francia. Un percorso figurativo notevole”

    La mostra annuale della Pinacoteca di Bucarest, presso il Museo del Municipio di Bucarest (MMB), ha un’importanza particolare poiché si iscrive nel contesto generale delle celebrazioni del trentesimo anniversario della francofonia in Romania. Così, al Palazzo Șuțu, nel centro della capitale, una delle sedi emblematiche del Museo del Municipio di Bucarest, si svolge la mostra “Tra la Romania e la Francia. Un percorso figurativo notevole”. La mostra resterà aperta al pubblico fino alla fine di settembre.

    Abbiamo parlato di questa mostra con la vicedirettrice del Museo del Municipio di Bucarest, Elena Olariu: “La mostra è stata inaugurata il 17 novembre 2023 e resterà aperta fino al 26 settembre 2024, quindi gli amanti dell’arte hanno abbastanza tempo per visitarla. Nel 2023 abbiamo festeggiato il 30/o anniversario della francofonia in Romania e questo è stato anche il motivo per cui abbiamo organizzato la mostra. L’idea più importante che risulta dopo aver percorso le opere esposte è il legame intrinseco tra l’arte romena e quella francese. A cominciare dal XIX secolo, nella seconda metà del secolo e soprattutto nella prima parte del XX secolo, fino all’insediamento del regime comunista, i giovani romeni andavano in Europa a studiare l’arte. Studiavano a Monaco di Baviera e a Parigi. A Parigi, studiavano presso la più importante accademia di belle arti del mondo, Beaux Arts, poiché Parigi era diventata il centro mondiale dell’arte, almeno nella seconda metà del Novecento.”

    Elena Olariu ci ha offerto ulteriori particolari sulla storia della francofonia romena dal punto di vista delle arti figurative e ci ha parlato dall’attrazione degli artisti romeni per la Francia e soprattutto per Parigi. Ha accennato anche agli inizi dell’arte moderna in Romania e alla fondazione della scuola superiore d’arte, le cui basi sono state gettate dal pittore Theodor Aman (1831-1891): “Per la capitale francese era partito anche Theodor Aman, ad esempio, ed è con lui che apriamo la nostra mostra. Aman ha eseguito studi completi d’arte a Parigi. Ed aveva iniziato persino a esporre nei saloni ufficiali della città, che erano grandi mostre dell’arte, le maggiori in Europa. Vi esponevano artisti francesi, ma anche artisti che studiavano in Francia oppure che rimanevano a Parigi dopo gli studi per continuare una carriera brillante. Quindi Theodor Aman riuscì a portare a compimento questo suo grande sogno di studiare nella capitale europea dell’arte. Al ritorno in Romania, fondò la Scuola di Belle Arti.”

    La vicedirettrice del Museo del Municipio di Bucarest ha passato in rassegna alcuni artisti romeni importanti (tra cui Nicolae Grigorescu, 1838-1907, Ion Andreescu, 1850-1882 oppure Ștefan Luchian, 1869-1916), le cui opere sono esposte nella mostra ospitata al Palazzo Suțu. Tutti questi artisti sono stati influenzati dalla Francia e dai legami artistici con l’arte francese: “Un altro artista importante, un grande maestro, pittore nazionale, Nicolae Grigorescu, partì anche lui per Parigi per raffinare gli studi artistici. Molti di questi artisti, in precedenza, erano specializzati in affreschi di chiese e andavano a Parigi per imparare l’arte moderna, l’arte della pittura sul cavalletto, come diremmo noi oggi. Così anche Andreescu. Abbiamo nella mostra una sua opera interessante. … Dopo Grigorescu, Andreescu, arrivò a Parigi anche Ștefan Luchian e vi restò per un certo periodo, anche se in precedenza aveva studiato a Monaco di Baviera. Quindi questo pellegrinaggio interessante tra Monaco di Baviera e Parigi si mantenne per un lungo periodo.”

    Elena Olariu ci ha descritto anche lo straordinario rapporto tra il pittore romeno Theodor Pallady e il grande pittore francese Henri Matisse: “In Francia, gli artisti romeni conobbero anche i grandi maestri francesi, … Pallady, ad esempio, strinse amicizia con Matisse, … e, per chi non conosce la straordinaria storia della camicia tradizionale romena, la ie, regalò al grande artista francese alcune camice tradizionali romene cucite con molta maestria. Le regalò a Matisse, il quale realizzò una serie importante di opere d’arte, grafica e pittura, in cui le camice romene erano indossate da giovani modelle. … Questi legami straordinari non hanno dato risultati sono a livello artistico, ma anche sul piano della promozione della cultura romena in generale, e questo è un aspetto molto importante che va segnalato.”

    Che altri artisti sono presenti nella mostra “Tra la Romania e la Francia”? “Altri artisti importanti le cui opere sono esposte nella mostra sono Ștefan Popescu, che ha studiato a Monaco di Baviera, ma ha vissuto per molti anni a Parigi. Kimon Loghi, ad esempio, è un altro artista importante che ha viaggiato per la Francia e ha dipinto. Iosif Iser, Max Arnold, Ștefan Constantin e moltissimi artisti che hanno pendolato tra la Romania e la Francia. Prima di concludere, vorrei accennare anche a Cecilia Cuțescu-Storck, che è rappresentata nella mostra con una serie di opere di arte grafica e con una pittura.”

    Alla fine della nostra chiacchierata, Elena Olariu ha dichiarato: “Siamo del parere che questa mostra rifletta pienamente le relazioni importanti stabilite tra la Romania e la Francia, soprattutto nel periodo interbellico, e l’apice raggiunto dall’arte romena in quel periodo.”