Category: Pagine di storia

  • 150 anni dalla nascita di Iuliu Maniu

    150 anni dalla nascita di Iuliu Maniu

    La politica è un argomento di discussione senza fine, di disaccordi nella maggior parte dei casi. Pochissimi dei politici che oggi consideriamo di alto profilo sono impeccabili perché le persone commettono errori. Ma questo non significa che non ci siano stati politici veramente eccezionali che sono diventati punti di riferimento per i posteri. Ciò che li ha resi eccezionali è stato il modo in cui si sono comportati in situazioni estremamente difficili per se stessi e per le loro comunità. Uno dei politici eccezionali della Romania fu Iuliu Maniu, dalla cui nascita sono ricorsi l8 gennaio 150 anni.



    Nato, nel 1873, a Șimleul Silvaniei, nellodierna Romania nord-occidentale, Iuliu Maniu seguì la carriera di avvocato del padre. Nel 1896 ottenne il dottorato in giurisprudenza presso lUniversità di Vienna. Entrò in politica e fu attivo nel Partito Nazionale Romeno, e nel 1906 venne eletto deputato nel parlamento ungherese. Nel 1915 venne mobilitato nellesercito austro-ungarico sul fronte italiano e nel 1918, a guerra conclusa, partecipò allassemblea di Alba Iulia che decise lunione dei territori a maggioranza romena dellAustria-Ungheria con il Regno di Romania. Nella Grande Romania, insieme a Ion Mihalache, fondò il Partito nazionale contadino nel 1926, e tra il 1918 e il 1945 fu tre volte primo ministro della Romania. Democratico convinto, rifiutò ogni collaborazione sia con le dittature fasciste, che soprattutto con quella comunista. Imprigionato nel 1947, alletà di 75 anni, il 5 febbraio 1953, Iuliu Maniu mori a causa del regime carcerario nella prigione di Sighet.



    Iuliu Maniu fu uno dei più potenti fattori coagulanti delle aspirazioni della società romena della prima metà del 20° secolo: incorruttibile, carismatico, tenace, Maniu era davvero luomo di cui i romeni avevano bisogno nei momenti più difficili. Nella memoria di tutti, Iuliu Maniu rimase un politico modello e una persona speciale. Dalla moltitudine di testimonianze ne abbiamo estratte due, custodite dallarchivio del Centro di storia orale della radiodiffusione romena. Ioana Berindei, figlia di Ioan Hudiţă, esponente di spicco del Partito nazionale contadino, si ricordava nel 2000 del “Signor Iuliu Maniu”, come lo chiamava lei, come di un uomo di grande gentilezza e modestia.



    “Maniu era un uomo di rara modestia! Un uomo molto simpatico, con una voce calda. Veniva al nostro tavolo, e ricordo che una volta lo incontrai e lui disse a me e mia sorella: “Ciao, care signorine!” E aveva una macchia sul bavero e io gli dissi di lasciarmi pulirla. “Oh, come mi vergogno”, disse lui. E io gli dissi che sono cose che succedono e che mi doveva lasciare pulirla affinchè non andasse cosi da unaltra parte. E il signor Maniu era malato in quel momento, quando si sedeva sulla sedia, cadeva. Gli facevano male le ginocchia e gli era difficile camminare, ma non lho mai visto nervoso, non lho mai visto irritato per qualcosa. Era di una calma riposante. Come politico era intransigente. Era ciò che piaceva a mio padre. Non si arrendeva mai! Cerano voci malvagie che dicevano che Maniu prendeva difficilmente una decisione. Queste sono cattiverie, tutti i politici hanno dei nemici, non si può essere perfetti o non avere avversari. Ma, credetemi, non è perché mio padre lo amasse o perché io lo avessi conosciuto, ma non gli trovai alcun difetto”, raccontò Ioana Berindei.



    Sergiu Macarie, attivo nella gioventù nazional-contadina, testimoniò nel 2000 come lingresso dei sovietici in Romania fu un segnale dallarme per la società romena che si mobilitò contro questi suoi nemici. Nonostante letà avanzata e la malattia, Iuliu Maniu non esitò a mettersi in gioco attivamente. “Non passavano due o tre giorni senza scontri con le bande comuniste. Cerano raduni più grandi e si sapeva subito che sarebbero venuti. Tra i leader del partito che erano con noi durante questi scontri cera Ilie Lazar. Ci riunivamo tutti in Piazza del Palazzo, dove acclamavamo il re e il re si affacciava dalla balconata e seguivano le ovazioni e la gioia. E subito dopo arrivavano sempre le auto con gli operai con bastoni. Il 15 maggio del 1946, ad esempio, fu celebrato il 98° anniversario del discorso di Bărnuţiu sulla Pianura della Libertà di Blaj, al quale fu presente anche Maniu. Alluscita, intorno allAuditorium romeno e dallaltra parte, cerano macchine piene di operai con bastoni. Siamo riusciti a malapena a far uscire il presidente, abbiamo aperto una porta sul retro, che non veniva mai usata, e labbiamo forzata per farlo uscire”, raccontò Sergiu Macarie.



    Iuliu Maniu fu più che un politico onesto, fu un simbolo della democrazia stessa. Tra il 1944 e il 1947, nel pieno delloffensiva per insediare il regime comunista, fu considerato il più importante partner di dialogo dellOccidente. Il suo sacrificio nella prigione comunista di Sighet lo trasformò in uno dei grandi punti di riferimento della politica romena del XXesimo secolo.




  • L’industria aeronautica romena alla fine della Seconda Guerra Mondiale

    L’industria aeronautica romena alla fine della Seconda Guerra Mondiale

    Nel primo dopoguerra, la Romania costrui la propria industria aeronautica, unindustria che seguiva una tradizione nata allinizio del 20° secolo. Il 1° novembre 1925, fu fondata a Brașov lIndustria Aeronautica Romena – IAR, che sarebbe diventata il più importante produttore romeno di aeromobili. Era una società per azioni in cui gli azionisti erano la fabbrica di aerei francese Blériot-Spad, la casa automobilistica francese Lorraine-Dietrich, la fabbrica di materiale rotabile Astra Arad e lo stato romeno. Il 1 settembre 1938, lo stato romeno acquistò tutte le altre azioni e ne divenne lunico proprietario. IAR era divisa in due grandi unità: lunità di costruzione di aeromobili e lunità di costruzione di motori. Nei suoi 23 anni di esistenza, fino al 1948, il produttore romeno costrui una varietà di velivoli civili come quelli per le scuole e laddestramento, sportivi, per il tempo libero, ma anche militari come aerei da caccia, osservazione e ricognizione, assalto e bombardamento.



    Inizialmente i motori avevano la licenza francese, dopodiché gli ingegneri della IAR hanno innovato i motori con licenza e hanno persino progettato i propri motori. Gli aerei più famosi della IAR erano IAR 80 e IAR 81, caccia e cacciabombardieri. Sul fronte della Seconda Guerra Mondiale, i piloti militari romeni sugli aerei IAR hanno scritto pagine di gloriosa storia dellaviazione romena combattendo con successo sia laviazione sovietica, che quella americana. Il destino dellindustria aeronautica romena sarebbe cambiato drasticamente dopo il 1944. Lesercito di occupazione sovietico ha imposto linterruzione della produzione di aerei e la trasformazione della fabbrica in una semplice officina di riparazione. Nel 1948 arrivò il colpo finale quando si trasformò in unimpresa congiunta sovietico-romena per la produzione di trattori. Nel 1968 si riprese timidamente la tradizione di costruzione di velivoli, dopo il 1989 la fabbrica riprendendo il vecchio nome “IAR”.



    Nel 1995, il Centro di storia orale della Radiodiffusione romena ha intervistato lingegnere Teodor Gârneț, che lavorò presso IAR Brașov nel primo dopoguerra. Teodor Gârneț raccontò come la parte romena dovette restituire ai sovietici le macchine utensili nuove e funzionanti in cambio di macchine utensili catturate a Odessa, che non funzionavano. Le macchine sono state prese dallIAR. “Sei macchine utensili furono catturate dai russi, a Odessa. Non lavorammo con esse effettivamente, perché avevano bisogno di riparazioni. Sono state tenute come riserva per un pò, fino a quando la situazione è cambiata e siamo stati costretti a restituire queste macchine. Venne da noi una commissione militare russa, un colonnello e un capitano, i quali, per essere più convincenti, batterono la pistola sul tavolo del direttore, e lui dovette riparare le macchine, farle come se fossero nuove, in brevissimo tempo. Dopo che furono riparate era necessario un delegato per trasportarle. Data la situazione in quel momento, tutti cercavano di schivare lincarico e io, venendo da Campulung per risolvere qualcosa a Braşov, fui incaricato inaspettatamente di portarle. Fu una vera avventura il viaggio, inutile dirlo. In ogni caso, volemmo liberarci dellincarico e corrompere il capitano che ci accompagnava, ma non fu possibile. Portammo queste auto solo fino a Iaşi e lì furono caricate su un treno russo. Non erano le loro macchine, loro scelsero le migliori tra quelle che aveva la nostra fabbrica di motori, una straniera e altre. Tutto quello che gli piaceva di più lo presero, in cambio delle loro macchine difettose. Dissero che fummo noi a danneggiare le loro macchine e che dovevano procurarsi qualcosa di buono”.



    Gli ingegneri di IAR hanno anche creato motori, non hanno usato solo quelli con licenza. Una di queste innovazioni fu il motore IAR 7M, alla cui progettazione ha partecipato anche lingegnere Teodor Gârneț. “I dati di progettazione del motore erano di 350 cavalli perché era destinato ad aerei più leggeri, ed era adatto anche per luso nellaviazione sportiva e di utilità, e così via. Quindi era per laddestramento dei piloti. Si è scoperto che ai primi test il motore ha dato 370 cavalli, in buone condizioni di lavoro, senza trepidazione, senza nulla. Tuttavia, il banco di prova su cui fu testato il motore fu, però, bombardato e non disponeva di tutte le apparecchiature di registrazione necessarie. Ci siamo accontentati solo di questi dati informativi. Questo motore IAR 7M è stato realizzato in soli due esemplari, di cui un esemplare è stato assemblato e laltro è rimasto non assemblato nelle casse. E noi abbiamo testato lesemplare assemblato. La fabbrica aeronautica IAR, per come era attrezzata e dotata di personale tecnico, ha dato dei risultati eccezionali.”



    Dopo la riapertura, nel 1971, IAR Brașov ha diversificato i suoi prodotti, finendo per produrre elicotteri nello stabilimento di Ghimbav con licenza francese. La produzione è stata inoltre integrata da aerei utilitari, alianti e motoalianti. E dopo il 1989, IAR ha attraversato una fase di ritecnologizzazione.




  • La storia della tutela dell’infanzia in Romania

    La storia della tutela dell’infanzia in Romania

    Il bambino occupa un posto speciale nella storia dellumanità, essendo, infatti, attore e creatore della storia, come ogni essere umano. Ma ha sempre avuto bisogno di protezione e nel tempo persone comuni o istituzioni come la Chiesa nel Medioevo e lo stato e varie istituzioni del periodo moderno si sono assunti ruoli protettivi nei suoi confronti.



    Il mondo romeno ha avuto più o meno la stessa storia della tutela dellinfanzia come le aree geoculturali che lo hanno influenzato. Nella seconda metà dellOttocento lo stato moderno si è assunto il ruolo di protettore attivo dellinfanzia istituendo nidi dinfanzia, case di cura e orfanotrofi. I bambini che avevano bisogno di tali istituzioni erano gli oppressi: gli orfani, gli abbandonati, i poveri, i senzatetto, i malati gravi e gli incurabili. Il primo istituto moderno di tutela dellinfanzia in Romania è stato aperto nel 1897, quando è stata fondata la Società di assistenza sociale “Il nido dinfanzia Santa Caterina”. Qui sono stati portati bambini poveri, bambini senza madre, giovani ragazze madri. Tra i fondatori cerano Ecaterina Cantacuzino, moglie del politico conservatore Gheorghe Grigore Cantacuzino, Irina Cantacuzino, la loro figlia e il dottor Thoma Ionescu. E il Municipio di Bucarest ha donato un terreno di 20.000 metri quadri nel nord della città, vicino allattuale Arco di Trionfo, su cui sono stati costruiti sette edifici. Nel 1948, lanno in cui il nido dinfanzia fu nazionalizzato dal regime comunista, migliaia di bambini erano passati attraverso il rispettabile istituto di beneficenza.



    Oana Drăgulinescu, la direttrice del più recente progetto museale in Romania, il Museo dellAbbandono, ha sottolineato il ruolo pionieristico nella tutela dellinfanzia svolto dal nido dinfanzia Santa Caterina. “È chiaro che per molto tempo il bambino ha avuto un ruolo non privilegiato nella famiglia. I bambini erano tanti, hanno iniziato ad essere usati fin da piccoli, non diciamo sfruttati, ma comunque dovevano avere un ruolo in famiglia. Erano una bocca da sfamare e allora dovevano produrre il proprio cibo. Quello che ho trovato nei documenti dellIstituto Santa Caterina è che intorno al 1900 iniziò in Romania una strutturazione della tutela dei minorenni. E in questa prospettiva il nido dinfanzia Santa Caterina fu pioniere, perché disse: non accogliamo più semplicemente i bambini abbandonati, ma li adottiamo legalmente. Non affidiamo più i bambini alle balie, ma creiamo un sistema in cui queste donne, le future affidatarie, siano sorvegliate su come nutrono i bambini, in che modo li educano, cominciano, quindi, a supervisionare in qualche modo laccudimento dei bambini a lungo termine per avere il controllo sul loro futuro.”



    Il regime comunista insediato il 6 marzo 1945 portò in Romania unaltra realtà sociale. Poiché tutto subi una trasformazione radicale in cui lessere umano fu brutalizzato al massimo, anche la protezione dei bambini fu, di conseguenza, adattata. “Poi si insediò il comunismo e Ceaușescu disse: vogliamo una relazione forte, vogliamo sempre più figli e trova questa formula del decreto 770 che vietava la contraccezione. Il che portò a un boom delle nascite. I bambini nati in quegli anni passarono alla storio come “i figli del decreto”. Solo che Ceausescu non aveva pensato alla capacità del popolo romeno di crescere i bambini. Era un popolo già impoverito, già nella morsa dellausterità che il partito comunista imponeva. La gente iniziò ad abbandonare sempre di più i bambini e lo stato romeno iniziò a costruire sempre più istituzioni”, ci ha detto Oana Dragulinescu.



    La società socialista era una società in cui luomo doveva essere felice e perfetto. E qualsiasi deviazione biologica era trattata brutalmente. “Apparve anche questa percezione della perfezione del bambino comunista, che doveva soddisfare determinati standard. Chi non era in regola, e questo poteva significare assolutamente qualsiasi cosa, anche lo strabismo, veniva portato nelle case-ospedale che, nel tempo, per il loro numero elevato e per limpreparazione del sistema a sostenere questi bambini, diventarono campi di sterminio. Questo è quello che successe nel 1989, questo è ciò che trovarono le televisioni occidentali che vennero qui e inorridirono davanti a queste immagini che somigliavano a quelle di Auschwitz. Solo che non fu durante il nazismo, ma nel 1989 in Romania: bambini legati ai letti, bambini legati con catene, bambini trattati in modo disumano”, ci ha raccontato Oana Dragulinescu.



    Dopo il 1989, quando il regime comunista è crollato in Romania, è stato necessario ricostruire la tutela dellinfanzia. È stato uno sforzo che la società si è ha assunta. “Solo che le cose non si sono fermate nel 1989. Non è stata una transizione improvvisa, non è stato come se il popolo romeno si fosse improvvisamente illuminato e avesse iniziato ad avere risorse per questi bambini, ma le cose sono continuate molto tempo dopo. È stato un periodo di caos totale anche fino al 2004, quando la legge sulla tutela dellinfanzia è praticamente cambiata. Fino allora le cose sono continuate in una formula quasi simile”, ci ha raccontato Oana Dragulinescu.



    E il nuovo progetto del Museo dellAbbandono invita appunto a una riflessione su un passato problematico.




  • 35 anni dalla morte del filosofo Constantin Noica

    35 anni dalla morte del filosofo Constantin Noica

    Constantin Noica, uno dei più importanti filosofi romeni del XX secolo, nacque nel 1909 nella provincia di Teleorman, nel sud della Romania, e si spense il 4 dicembre 1987 a Sibiu. Frequentò la Facoltà di Lettere e Filosofia dellUniversità di Bucarest, laureandosi nel 1931 con una tesi sul filosofo tedesco Immanuel Kant. Era attratto dalle idee della corrente filosofica chiamata “trăirism”, una variante romena dellesistenzialismo, con Nae Ionescu, uno dei suoi maestri, come principale esponente. Negli anni 30 fu vicino al circolo di idee “Criterion”. Nel 1940, dopo un tirocinio di un anno in Francia, tornò in Romania e presentò la sua tesi di dottorato in filosofia. Nello stesso anno si recò a Berlino, presso lIstituto romeno-tedesco, dove rimase fino al 1944, anno in cui la Romania usci dallalleanza con la Germania nazista. Durante il suo soggiorno in Germania frequentò il seminario di filosofia di Martin Heidegger.



    Dopo la guerra e linstaurazione del comunismo in Romania, nel 1949 Noica ricevette dalle autorità la residenza obbligatoria a Campulung-Muscel. Nel 1958 fu arrestato, indagato e condannato, nel cosiddetto “lotto Noica-Pillat”, a 25 anni di lavori forzati insieme a tutti i partecipanti alle riunioni informali da lui organizzate. Rilasciato nel 1964, fu assunto presso il Centro di Logica dellAccademia Romena di Bucarest. Lì fece amicizia con importanti intellettuali romeni come i filosofi Gabriel Liiceanu, Sorin Vieru, Andrei Pleșu, Andrei Cornea. Dal 1975 si ritirò a Păltiniș, una località di montagna a 15 chilometri dalla città di Sibiu, dove fu visitato da coloro che cercavano risposte alle domande filosofiche del mondo di allora. Lopera di Noica comprende 32 volumi di filosofia, estetica, critica letteraria e artistica, giornalismo, di cui 20 pubblicati durante la sua vita, altri 12 dopo la sua morte.



    Il filosofo e saggista Andrei Pleșu fu uno dei discepoli di Noica. A Pleșu piace dire che la sua formazione intellettuale e dovuta ai “detenuti”, come veniva chiamata lélite intellettuale romena imprigionata dai comunisti. Uno dei “detenuti” era Constantin Noica.”Ho avuto la fortuna di formarmi sotto la guida di alcuni detenuti. Mi hanno aiutato in modo decisivo, mi hanno formato, mi hanno fatto ripristinare una continuità intellettuale con le generazioni precedenti, e questo ha avuto unenorme importanza per il giovane che ero allora. Ho avuto la fortuna di incontrare Alexandru Paleologu, Sergiu Al-George, Remus Nicolescu, Teodor Enescu, anche I. D. Sârbu, ma non nella sua qualità di formatore. Sono stato compagno di universita con un signore che aveva 10 anni più di me, che aveva studiato teologia, ma era anche stato incarcerato ed era allora nel primo anno di storia dellarte. Si chiamava Marin Tarangul, e io lo rispettavo molto perché era più grande di me, aveva studiato teologia, era stato in carcere, era un gentiluomo. E poi, aveva una biblioteca straordinaria, soprattutto per quei tempi, e aveva anche qualcosaltro: oltre ad essere istruito e un luminare, con incredibili esperienze di vita, non aveva perso la gioia di vivere. Lui mi aveva reintrodotto nella bohème di Bucarest che io, diligente comero allora, tendevo a evitare o a tenerla lontano. Ebbene, mi ha restituito il piacere di riscoprire la comunità giovanile e rinvigorente. Un giorno è venuto e mi ha detto: stai attento, su “Romania letteraria” ha cominciato a scrivere un signore di cui probabilmente non hai sentito parlare. Il suo nome è Constantin Noica. Leggi, mi disse Marin, per vedere come suona il vero linguaggio della filosofia.”



    Per Andrei Pleșu lincontro con la scrittura di Noica, e poi con il filosofo in persona, ha significato lapertura di un orizzonte esistenziale e culturale.”Lessi, ne fui impressionato, era qualcosa di completamente diverso da quello che avevo conosciuto fino ad allora. E io prendevo lezioni private di inglese con una signora Meri Polihniade, la vedova del pedagogo di destra Polihniade, morto in prigione, e il cui marito era in quel momento lavvocato Lăzărescu, che era stato in prigione con il signor Noica. E questa combinazione Lăzărescu-Tarangul mi ha permesso di raggiungere il signor Noica. Il signor Lăzărescu gli ha parlato di me, e Marin mi ha portato da lui. Abitava nel quartiere Berceni, in un appartamento di due stanze, in un condominio nuovo. Era vestito molto decorosamente, ricordo che rimasi colpito dalla sua eleganza. Dopo aver parlato con Marin, ci offrì gentilmente 10 lezioni di greco antico. Fu questo linizio della mia relazione con il signor Noica. E fu sempre lui quello che mi disse: se vuoi studiare filosofia, non puoi farlo senza parlare il tedesco. Comincia a studiare il tedesco. E mi diede anche tre libri da leggere.”



    Constantin Noica rimase nella storia della filosofia romena del XXesimo secolo attraverso i suoi testi eruditi e le traduzioni delle opere degli antichi filosofi greci. Ma anche come modello di professionalità e integrità accademica.




  • La Rivoluzione anticomunista romena vista dall’estero

    La Rivoluzione anticomunista romena vista dall’estero

    Nel 1989, per 9 giorni, tra il 16 e il 25 dicembre, la Romania ha vissuto uno dei periodi più turbolenti della storia del XX secolo: è stato il ritorno alla libertà perduta per 45 anni, dallingresso, dellesercito sovietico nel Paese nel 1944. La sera del 16 dicembre 1989, a Timisoara, le proteste contro levacuazione forzata del pastore Laszlo Tokes dalla propria casa si trasformarono rapidamente in uno tsunami che travolse il regime criminale comunista.



    Il giornalista Mircea Carp è stato senior editor di Radio Europa Libera e nel 1997 raccontò al Centro di storia orale della radiodiffusione romena che a dicembre era al microfono in unattesa piena di tensione. Riteneva che fosse il suo dovere professionale informare i suoi ascoltatori nel paese sui grandi atti di coraggio che stavano avvenendo a Timișoara. Carp ha confessato che, nonostante laria di cambiamento che si faceva sentire, lo scoppio della rivoluzione aveva colto tutti di sorpresa. “Arrivò il dicembre del 1989 e con esso la prima scintilla, gli eventi di Timisoara. Devo dire che ci hanno colto di sorpresa per quanto riguarda il momento in cui si sono svolti. Ci eravamo preparati sia mentalmente, che dal punto di vista dei programmi per un possibile cambio di regime in Romania. Ma il 16 e il 17 dicembre 89 sono venuti per noi inaspettatamente”.



    Ma una volta innescata, leuforia non potè più essere fermata. E i giornalisti di Europa Libera erano tanto più entusiasti perché non potevano essere vicini agli eventi per riferire dal vivo. “Il primo a trasmettere quanto stava accadendo a Timisoara è stato il mio collega Sorin Cunea. Il secondo o terzo giorno, a partire dal 18 dicembre, ci siamo organizzati, abbiamo iniziato a lavorare in squadre e 24 ore su 24. Abbiamo lavorato in squadre di 3 o 4 persone, senza sosta, preparando tutti i programmi in fretta e furia basandoci solo sulle informazioni che avevamo dalle agenzie stampa straniere, da alcuni viaggiatori provenienti dalla Romania. Naturalmente, a quel tempo non avevamo informazioni concrete, informazioni solide, tranne quando la situazione esplose il 21-22 dicembre. Fino ad allora, però, fummo in piena attività”, ha raccontato Mircea Carp.



    Nel 1999, il giornalista ungherese Peter Marvanyi, di Radio Budapest, raccontò al Centro di storia orale come entrò nella febbre dei notiziari sulla rivoluzione romena. Un anno prima, Marvanyi aveva partecipato alla grande manifestazione nella capitale ungherese, che chiedeva libertà e democrazia. “Nel 1988, ho partecipato alla manifestazione a Budapest dove cerano circa 80-100.000 persone, che insieme chiedevano democrazia per entrambi i paesi, per la Romania e per lUngheria. Le cose hanno iniziato a diventare interessanti quando il 16 dicembre alla Radio pubblica ungherese abbiamo iniziato a focalizzare la nostra attenzione e a informarci passo dopo passo sugli eventi che accadevano in Romania. Ero il redattore del notiziario in cui, in quei giorni dopo il 16 dicembre, iniziammo a raccontare ai nostri ascoltatori di tutto il paese, dallUngheria, cosa stava succedendo in Romania. Avevo informazioni molto contraddittorie, non sapevo assolutamente nulla di ciò che stava accadendo. Sapevo solo una cosa: che stava accadendo qualcosa di molto, molto importante”.



    Nel 2003, il Centro di storia orale ha chiesto allattivista civico Dinu Zamfirescu, che era in Francia nel 1989, come ha trascorso i giorni dellinizio e dello sviluppo della rivoluzione romena. “Prima di tutto attraverso le radio e le televisioni francesi. Per così dire, sono stato mobilitato da due di loro, in particolare da France 3 dove ero sul set tutti i giorni. Ero il romeno di turno, ero con i due speaker e commentavo la questione romena. Ricordo che cerano due monitor che il pubblico non poteva vedere, ma su di essi si vedevano le notizie che stavano arrivando. E il 25 dicembre è apparsa la notizia dellesecuzione di Ceausescu. Calda. E quando la notizia fu annunciata, era una notizia calda, mi venne chiesto come commentavo. Dovetti dire che era stato il primo grande errore del nuovo regime che si era instaurato in Romania. Poi ho detto che Ceausescu avrebbe dovuto essere lasciato in vita e interrogato in modo che dicesse più cose. Dissi allora che probabilmente alcuni che erano al governo avevano paura che certe cose venissero scoperte anche su di loro. Ma un ex ministro degli Esteri francese disse che era bene che fossero stati giustiziati, e io ho aggiunto che probabilmente anche questo ministro aveva qualcosa da nascondere. Il che non era impossibile. Ma oggi non direi più la stessa cosa, e forse è bene che sia andata così”.



    Fino al 22 dicembre 1989, i romeni, i Paesi confinanti con la Romania e il mondo civile appresero dellinizio dei grandi cambiamenti con laiuto dei media stranieri. Fortunatamente, dal 22 dicembre, i media in Romania diventavano liberi seguendo la volontà della società.




  • Natura e politica nella Romania del XIXesimo secolo

    Natura e politica nella Romania del XIXesimo secolo

    La natura è una presenza fondamentale nellesistenza umana. Praticamente, luomo non potrebbe esistere senza la natura. La natura è il mondo fisico o il mondo materiale, e luomo se la spiega sia come presenza irrazionale, che razionale. Il rapporto tra luomo e la natura ha sempre stimolato il pensiero, con tutte le idee e le scienze in un modo o nellaltro legate a essa. Il mondo moderno iniziato nella seconda metà del XVIII secolo ha equiparato la natura alla divinità, rispetto al Medioevo e al periodo premoderno che si basavano sullidea del soprannaturale. La natura divento così parte dei dibattiti politici e le idee trasformatrici o conservatrici tengono conto del suo significato.



    La natura come parte dei dibattiti politici appare anche nello spazio romeno, importata dalla Francia. Gli intellettuali francofili romeni riprendono lidea della natura in politica e ne analizzano il ruolo e le relazioni con la politica negli atteggiamenti che luomo dovrebbe avere. La natura diventa essenziale per spiegare il mondo da un punto di vista politico. La docente Raluca Alexandrescu della Facoltà di Scienze Politiche dellUniversità di Bucarest spiega lorigine della discussione politica sulla natura nello spazio romeno. “Possiamo già vedere queste tendenze nella logica europea, nel discorso politico e nella narrativa politica europea dopo il 1850. Un autore che ho preso come punto di riferimento proprio perché rappresenta da molti punti di vista unispirazione e un modello, anche se io esito a usare la parola modello, è Jules Michelet. Lui stesso ha un cambiamento radicale del discorso e del campo di ricerca della storia e della politica dopo il 1851.”




    Uno dei primi intellettuali a introdurre la natura nella politica fu lingegnere, geografo e scrittore Nestor Urechia. Raluca Alexandrescu ha riscoperto i suoi scritti e ora sta cercando di rimetterli in circolazione. “Nestor Urechia è il figlio di V. A. Urechia. È un autore che, per quanto ho potuto constatare parlando con colleghi storici, politologi, antropologi, gode di unattenzione, direi, senza precedenti. Non essendo stato studiato molto finora, rivela adesso buona parte dei molteplici lati che ha. Ingegnere formatosi allÉcole Polytechnique e allÉcole nationale des ponts et chaussées di Parigi, fu il direttore principale o capocantiere della Strada Statale n. 1, la famosa DN 1, che monitorò e costrui tra il 1902 e il 1913, il tratto Comarnic-Predeal. Fu, daltra parte, un dichiarato filofrancese. Sua moglie era francese. Fu un amante della montagna e della natura. E tutte queste cose in qualche modo portano a una riflessione che è estremamente stimolante per chiunque la legga oggi”.



    Le idee di Urechia stimolano il lettore a riflettere sul rapporto tra territorio, natura, democrazia, sovranità. Questa è una prima idea del lavoro di Urechia che Raluca Alexandrescu ha voluto sottolineare. “Urechia notò che la terra è interessante principalmente attraverso il suo rapporto con gli esseri umani. Questo è il problema principale da cui si parte. Il rapporto con le persone significava non solo gli aspetti che oggi guarderemmo da una prospettiva ambientalista, cioè come ci prendiamo cura dellambiente, cosa possiamo fare per proteggerlo, ma molto di più. Il pensiero e lintenzione di Urechia è quello di costruire una proposta più teorica. La sua proposta ha tenuto conto di questo rapporto sempre più mobile, più dinamico, più fluido della società, dei gruppi e degli individui che la compongono con le varie forme di manifestazione della natura, quella forma di convivenza. Ed è interessante perché questa idea di pacifica convivenza con la natura, che oggi domina il discorso ambientalista in generale, non tornava molto spesso in quel periodo. Quindi luomo e la natura sono attori uguali in una scena che li riunisce in un regime politico armonioso”.



    Come si forma lappartenenza nazionale? Raluca Alexandrescu ha riassunto la risposta di Nestor Urechia. “Unaltra idea poco originale, ma da seguire in Urechia, è il modo in cui egli rintraccia nella retorica della natura la costruzione dellespressione moderna della nazione. Qui possiamo piuttosto riferirci ai suoi romanzi che non sono altro che racconti storici. Si tratta di diversi volumi che pubblico allinizio del XXesimo secolo, “Bucegi”, “Lincantesimo dei Bucegi”, poco dopo “I Robinson dei Bucegi”, tutti ambientati nei Monti Bucegi. In questi tentativi letterari è molto chiara, direi, lintenzione di costruire la retorica di unidentità, anche nazionale, riferendosi al modo in cui natura e politica si fondono».




    La natura e la politica sono oggi, come lo erano quasi 150 anni fa, presenti in ciò che le persone ritengono importante per loro e per la comunità in cui vivono. E Nestor Urechia è un nome al quale i romeni possono riflettere quando parlano ne parlano.





  • I sacrifici fatti per la Grande Romania

    I sacrifici fatti per la Grande Romania

    Il 16 ottobre del 1922, dopo la cerimonia di incoronazione di Re Ferdinando I e della regina Maria come sovrani della Grande Romania nella cattedrale di Alba Iulia (centro della Romania), fu inaugurato anche lArco di Trionfo di Bucarest. Sotto lArco di Trionfo passarono allora il corteo reale, rappresentanti di alcuni stati europei, unità militari e carri allegorici. Nel 2022, nel Centenario dellincoronazione dei sovrani della Grande Romania, si celebra anche il Centenario dellArco di Trionfo, il primo monumento di questo tipo a carattere permanente.



    Monumenti del foro dellantichità romana che definiscono larchitettura dellImpero Romano, gli archi di trionfo furono costruiti anche a Bucarest a testimonianza di vittorie e grandi successi statali. I precedenti archi di trionfo nella capitale della Romania, a carattere provvisorio, furono eretti negli anni 1848, 1859, 1878, 1906 e 1918 e segnarono momenti gloriosi: la rivoluzione del 1848, lunione dei Principati romeni, lindipendenza della Romania, 40 anni del regno di Re Carol I, vittoria nella Prima Guerra Mondiale. LArco di Trionfo sotto il quale Ferdinando I e Maria tornarono nella loro capitale come sovrani del Regno della Grande Romania fu eretto nel 1922 in legno. Ma la decisione di erigere un arco trionfale in pietra venne presa sempre allora. Lattuale Arco trionfale di Bucarest è una costruzione alta 27 metri, progettata dallarchitetto romeno Petre Antonescu e inaugurata nel 1936.



    Gli eventi di 100 anni cui è legata la storia dellArco di Triofo sono stati evocati tramite una mostra dedicata a quelli alla memoria dei quali fu eretto, ovvero i soldati romeni della Prima Guerra Mondiale. La mostra ospitata dallArco e stata incentrata sulle lettere ricevute a casa dai parenti dei soldati e su quelle ricevute dai soldati da familiari e amici. Drammatismo e lirismo, queste sono le parole che possono essere usate per descrivere i frammenti dei tanti documenti. Sono le più diverse esperienze umane, la guerra stessa è unassurdita, anche se tutti quelli che scrivono le lettere ne capiscono le ragioni politiche. Abbiamo chiesto a Titus Bazac, ispettore specializzato presso la Direzione Generale dellArchitettura del Paesaggio e del Monumenti di Foro presso il Municipio di Bucarest, quali sono i momenti importanti della mostra.



    “LArco di Trionfo, allinterno dei suoi due pilastri, ha due stanze. In entrambe le stanze e sulle due piattaforme scopriamo una serie di raffigurazioni. Sul pilastro sul quale si sale, si tratta della raffigurazione di un interno contadino dove una madre in lacrime lavora a maglia i calzini per suo figlio partito per il fronte e si chiede perché sia ​​dovuto andare al fronte. Si chiede se abbia un senso tutta quellinterruzione del ciclo naturale della vita, cioè la partenza di suo figlio da casa. Dopodiché, cè linterno di una casa, può essere una casa di città o una casa di campagna, con un tavolo con una lampada sopra. Ce una madre in lacrime che si chiede perché abbia dovuto affrontare tutti quei problemi, con le sue lotte interne con la decisione di lasciare andare suo figlio, perché se ne sia andato, un intero dramma”.



    Le pareti dellArco sono stati tappezzate con inquietanti pannelli con collage di fotografie e facsimili di lettere provenienti dagli archivi. E i visitatori che salgono le scale fino in cima possono immaginare le esperienze di quei tempi. “Mamma è malata di preoccupazione e di rabbia per il tuo destino” scrive la sorella a un soldato. “Amato mio, io e il bambino desideriamo ardentemente che tu sia a casa”, scrive la moglie di un ufficiale. “Ragazzo mio, sii uomo, fai il tuo dovere e torna a casa sano e salvo” scrive un padre a un altro soldato. Una volta in soffitta, i visitatori passano sotto un enorme rotolo di carta srotolato sulla volta del soffitto, che proviene da un pilastro dellArco e prosegue lungo laltro. Titus Bazac ci ha raccontato anche quali sono i momenti importanti della mostra dal lato su cui si scende dallArco.



    “Nel pilastro di discesa vediamo anche la raffigurazione di una trincea in cui un soldato è semplicemente distrutto dalla situazione in cui lo aveva messo la guerra a cui prendeva parte. Cè un soldato disperato che intaglia freneticamente un paletto in una trincea. Cera un altro soldato che vuole scrivere alcune parole a quelli a casa e non può decidere come iniziare la lettera. Lultima rappresentazione, un po macabra, è una tomba. Sul monitor vediamo un plotone di esecuzione che simboleggia la crudeltà che tutti i soldati hanno dovuto affrontare nella prima guerra mondiale. Esso può anche evocare un episodio della vita dello scrittore Liviu Rebreanu che è stato trasposto nella sua opera: il dramma del romeno costretto a combattere contro i suoi fratelli. Alla fine, decise di schierarsi con i suoi fratelli e in seguito fu catturato e giustiziato. È il momento più intenso della mostra che chiude questa rappresentazione”.



    Lincoronazione dei sovrani Ferdinando I e Maria nel 1922 come re della Grande Romania non sarebbe stata possibile senza il sacrificio dellintera società romena. E lArco di Trionfo, la più forte testimonianza materiale di quellepoca, ci ricorda quei sacrifici ogni giorno.




  • Romeni a Karlsbad, l’odierna Karlovy Vary

    Romeni a Karlsbad, l’odierna Karlovy Vary

    Lidea di vacanza e tempo libero è abbastanza recente nella storia. A partire dal XIXesimo secolo, con laffermarsi dei diritti collettivi, il turismo diventò accessibile anche ad altri ceti sociali, non solo alle élite. E le stazioni turistiche non tardarono a comparire. Si svilupparono soprattutto in prossimità di luoghi precedentemente noti per le proprietà curative dellacqua, dellaria o di altri fattori ambientali. Una delle stazioni termali più famose dEuropa era Karlsbad, lodierna Karlovy Vary, nella Repubblica Ceca, al confine occidentale del Paese con la Germania. Conosciuta fin dal Medioevo per le sue acque termali con proprietà curative, la località attirò un grande afflusso di turisti. Tra i nomi famosi che visitarono le terme di Karlsbad ci furono limperatore russo Pietro il Grande, Mustapha Kemal Ataturk, il primo presidente della Turchia, lo scrittore Johann Wolfgang Goethe, e il musicista Ludwig van Beethoven.



    A Karlsbad arrivarono anche i romeni, una storia della loro presenza lì essendo raccontata dallo storico Radu Mârza nel libro “Viaggiatori e pazienti romeni a Karlsbad”. “La storia di Karlsbad come stazione termale iniziò in epoca medievale, intorno al XIVesimo secolo. Ma la storia di Karlsbad come la conosciamo, con la risonanza che il nome ha oggi, iniziò intorno al XVIIIesimo secolo. Abbiamo menzionati e documentati diversi nomi di persone che provengono dallo spazio romeno. Il primo personaggio di cui sappiamo davvero molto è un nobile di nome Barbu Știrbei, un nobile dellOltenia che si recò a Karlsbad alla fine del 18° secolo.”



    Gli studi scientifici hanno confermato lazione benefica della stazione termale sulla salute del corpo e sul ripristino della capacità lavorativa, e i medici la consigliano. Anche grazie alle acque termali, lo splendido paesaggio naturale ha reso Karlsbad una delle prime cinque località turistiche dEuropa. A ciò si aggiunse larchitettura locale. Come altri turisti, anche i romeni furono attratti dalle proprietà miracolose del luogo e dalla bellezza dei dintorni. “Ho scoperto che questi visitatori o viaggiatori romeni che si recavano lì non erano diversi dagli altri visitatori che venivano da altri luoghi. Nel senso che si adattavano perfettamente a questa, diciamo, moda di andare alle terme. E non era solo la moda di andare a Karlsbad, cerano anche molte altre stazioni termali in Europa, ma anche nello spazio romeno. Ovviamente quelle dello spazio romeno avevano una dimensione, un prestigio e possibilità molto inferiori a Karlsbad. Ma il fenomeno è lo stesso”, racconta Radu Mârza.



    Chi sono i personaggi romeni famosi che visitarono la stazione termale nella Repubblica Ceca? Radu Mârza ci ha raccontato che nella lista ci sono nomi famosi, ma ci sono più o meno anche informazioni anche su altri nomi. “Alexandru Vaida-Voevod fu medico lì e fu una personalità non solo come medico. Ci sarebbero anche, ad esempio, Ionel Brătianu, Regina Maria, vari primi ministri, tra cui Iuliu Maniu. Ci passarono anche Nicolae Titulescu, Constantin Argetoianu o altri personaggi pubblici. E su alcuni personaggi ci sono diverse fonti, ci sono più informazioni documentarie, altri potrebbero essere passati di lì, ma in modo più anonimo, per così dire. Ma la presenza di alcuni è molto ben documentata”.



    Andare alle terme di Karlsbad acquisi anche una dimensione sociale, non solo curativa, come ci ha raccontato sempre Radu Mârza. “Karlsbad ha questa fama anche nello spazio romeno. E, a un certo punto, ho anche trovato una fonte molto interessante dagli anni 20, un articolo su una rivista romena da cui risulta che era di cattivo gusto chiedere a qualcuno a Bucarest, in estate o allinizio dellestate, dove avrebbe trascorso la stagione estiva? Perché era ovvio che sarebbe andato a Karlsbad. Era in qualche modo un obbligo sociale. Non eri socialmente valido se non andavi a Karlsbad. In tanti la pensavano così. Ecco perché Karlsbad era un luogo dove si andava per passare le vacanze, per certe cure, ma anche per farsi vedere e vedere, per incontrare diverse persone del proprio entourage.”



    Karlsbad era una stazione termale costosa per i ceti bassi, ma la classe media romena se lo poteva permettere. Insegnanti, impiegati, piccoli commercianti vi trascorrevano le vacanze. Dopo il 1945, dopo linsediamento del regime comunista e la nazionalizzazione sia in Romania, che in Cecoslovacchia, una parte della classe operaia e dei contadini poté permettersi di visitare Karlsbad. Ma neanche allora diventò un fenomeno di massa a causa dei confini solidi e dei bassi redditi della popolazione.




  • L’assassinio di Armand Călinescu

    L’assassinio di Armand Călinescu

    Il 21 settembre del 1939, a Bucarest, vicino al Ponte degli Eroi, un commando legionario composto da otto membri bloccò lauto del primo ministro Armand Călinescu. Gli aggressori spararono poi alla sua guardia di sicurezza e a lui con 21 proiettili, di cui tre alla testa. Lazione fu una vendetta rivendicata dalla Guardia di Ferro (N.d.R. lestrema destra romena), dopo che Călinescu fu ritenuto responsabile della morte del suo leader, Corneliu Zelea Codreanu, nel novembre 1938. Dopo lassassinio, il commando arrivò alla sede della Società Romena di Radiodiffusione, che non era lontana dal luogo in cui era avvenuto il delitto. Una volta arrivati ​​alla Radio, i legionari entrarono con la forza, con lintenzione di annunciare la morte del primo ministro.



    Nellarchivio di Radio Romania cè un prezioso documento sonoro, unintervista a Vasile Ionescu, uno dei vertici della Radiotelevisione romena tra il 1935 e il 1945, testimone oculare dellarrivo dei legionari alla radio. Realizzata nel 1974, lintervista racconta lepisodio dellingresso degli assassini di Călinescu nelledificio della Radio. “Alle 14:30 del 21 settembre 1939, in veste di vicedirettore generale della Società Romena di Radiodiffusione, mi trovavo nel mio ufficio, al 1° piano delledificio. Mi stavo occupando delle questioni correnti, come sempre avevamo la radio accesa per seguire landamento del programma radiofonico. Il telegiornale era terminato e lorchestra della radio, sotto la direzione del virtuoso violinista e direttore dorchestra Constantin Bobescu, stava eseguendo brani di operette”.



    I legionari erano entrati con la forza, per intimidire, ma il personale non si perse danimo. “Improvvisamente, la mia attenzione fu attirata da due colpi di pistola provenienti dal cancello, dallingresso della Radio. Mi precipitai alla finestra che era aperta e rivolgendomi a chi cera, chiesi chiarimenti. Mi fu risposto brevemente: “Stanno attaccando i legionari!” Lorchestra stava continuando il suo programma e mentre mi dirigevo verso la porta senti un rumore sospetto nella trasmissione. Poi, nel silenzio subentrato dopo che si fermò lorchestra, una voce straniera e rauca gridò: “Il primo ministro Armand Călinescu è stato …” Non fece in tempo a finire la frase perché, premendo il pulsante della sicura, produssi il cortocircuito che mise fuori uso il microfono e contemporaneamente attivai la sirena di allarme. Avevamo questa installazione come misura precauzionale in tali circostanze”.



    La Seconda Guerra Mondiale era appena iniziata e la società romena si stava preparando. In questo senso le istituzioni pubbliche si militarizzavano e il direttore della Società Romena di Radiodiffusione era diventato anche comandante militare. “Disturbato da quanto accaduto e, volendo evitare altri eventi, sono corso giù e raggiungendo il corridoio ho gridato: “Guardia, ascolta il mio ordine!” Dopo di che ho ordinato che la radio fosse difesa. Poi ho cominciato a salire le scale, per raggiungere lo studio da dove si faceva la trasmissione e dove cerano i legionari. Avevo gli occhiali in mano, come avevo lasciato lufficio. Sono stato seguito da una guardia, dallautista Coșciug Theodor che aveva rapidamente preso una pistola dalla rastrelliera e dal segretario Crâşmaru Vasile, anche lui armato”.



    Così, Ionescu e i suoi colleghi furono i primi a intervenire per immobilizzare i legionari. “Non sono arrivato allultimo gradino delle scale perché in quel momento furono spalancate le porte dello studio e davanti a me apparvero i legionari assassini del primo ministro Armand Călinescu, completamente disorientati e sbalorditi. Controllandomi, ho gridato ad alta voce: “Mani in alto, sto sparando!” E i compagni hanno puntato anche loro le armi sugli assassini. Non ho fatto nemmeno in tempo a ripetere lordine perché il legionario Miti Dumitrescu, che era davanti e sembrava essere il leader, gettò la pistola per terra davanti a me e gli altri sette seguirono il suo esempio, alzando le mani”.



    Una volta neutralizzata la squadra di intrusi, Ionescu e i suoi compagni misero in sicurezza il perimetro. “Li abbiamo resi innocui con laiuto della guardia della Radio e ho informato telefonicamente la Prefettura di Polizia della Capitale di quanto accaduto nella nostra sede. Andai subito nel rispettivo studio dove trovai lorchestra terrorizzata, e il direttore Constantin Bobescu, di stucco con la bacchetta in mano, non riusciva ad articolare una parola. La pianista, la signora Voicu, attirò la mia attenzione che gli assassini avevano messo qualcosa nella nicchia dietro una delle porte dello studio, una nicchia dove venivano messi annunci e disposizioni per i membri dellorchestra. Spingendo la porta, rimasi non poco sorpreso quando vidi una bomba del peso di un chilogrammo, carica di esplosivo di tipo militare. Il braccioera stato stato innescato con uno stoppino Bickford da 30-40 cm che stava bruciando. Il primo gesto fu quello di rendere innocua questa bomba e la feci esplodere afferrando la miccia, che ho calpestato schiacciandola”.



    Le conseguenze furono estremamente dure per i legionari. Gli assassini di Călinescu furono immediatamente giustiziati e la storia della Romania registrò un altro sanguinoso episodio di distruzione della democrazia.




  • Ada Kaleh, l’isola sott’acqua

    Ada Kaleh, l’isola sott’acqua

    Il pensiero utopico è tipico dellessere umano e gli uomini hanno sempre cercato di essere sia nel mondo, che fuori da esso. Le persone credono che la società sia buona, ma allo stesso tempo credono che sia cattiva, che porti infelicità. Perciò, uno spazio chiuso, destinato a proteggere lindividuo e i suoi cari dai mali del mondo esterno, è stato spesso immaginato da scrittori, filosofi, pensatori sociopolitici o da persone semplici in forme meno elevate.



    Un simile spazio nella cultura romena è lisola di Ada Kaleh. Con unesistenza abbastanza recente da poter essere documentata attraverso la storia orale e una storia tangibile attraverso fonti scritte, Ada Kaleh non era unutopia. Lo divenne dopo essere scomparsa nelle acque del Danubio nel 1970 in seguito alla messa in funzione della centrale idroelettrica delle Porte di Ferro I. Progetto congiunto estremamente ambizioso di Romania e Jugoslavia, la centrale idroelettrica Le Porte di Ferro richiese non solo grandi sforzi finanziari, ma anche sacrifici di habitat umano.



    Ada Kaleh era al confine tra due mondi e tra due Paesi, al confine tra lImpero Ottomano e lImpero Austriaco. Era un punto doganale, il cui controllo era conteso dai due imperi. Sullisola fu costruita una fortezza, che le diede anche il nome: Ada Kaleh significa “la fortezza dellisola”. Oggi è una leggenda perduta per la maggior parte delle persone ne sentono parlare, ma anche un paradiso perduto se lasciamo correre limmaginazione. Tuttavia, ci sono persone che sono sopravvissute alla scomparsa dellisola, uno di loro è Turhan Semși, il presidente dellUnione democratica turca in Romania, filiale di Bucarest, dal quale ho appreso che viveva sullisola in mezzo al grande fiume. “Come inizia ogni storia, cera una volta lisola di Ada Kaleh. In effetti, era unisola che si trovava a valle della città di Orșova e a monte della città di Turnu Severin, da qualche parte nel mezzo del Danubio, a monte della diga che esiste oggi alle Porte di Ferro. Era una piccola comunità dove vivevamo in buona convivenza con tutte le etnie che cerano sullisola, non in gran numero. La maggior parte degli abitanti dellisola erano turchi. I ricordi sono dellinfanzia, ricordi e informazioni sullesistenza dellisola, con i costumi, con le tradizioni, con le difficoltà, con le preoccupazioni tipiche della vita su unisola. Avevamo anche le nostre gioie, soprattutto durante lestate, quando ricevevamo visitatori sullisola”.



    Pervin Halimoglu vive a Istanbul ed è una persona nata e che ha vissuto nel paradiso su Ada Kaleh. I ricordi dinfanzia sono accompagnati dalla nostalgia per un luogo meraviglioso, come descritto da coloro che ci sono stati e dalle immagini conservate. “È difficile parlare di Ada Kaleh. Chi non ha visto, chi non ha assaggiato qualcosa non sa cosa sia. Abbiamo vissuto, siamo nati lì, avevo 18 anni quando ho lasciato lisola. I miei sogni sono ancora da lì, non sogno me stessa in nessunaltro luogo. Ho avuto uninfanzia molto bella, uninfanzia che penso che poche persone abbiano”.



    I ricordi di Turhan Semşi diventano ancora più realistici quando appare il mistero. Perché ogni luogo utopico deve anche essere misterioso. “Da bambino, in quarta elementare, insieme ad altri due colleghi, ci interessava entrare nei settori in cui i nostri genitori ci dicevano che non era consentito di entrare, erano tabù. Ogni bambino fa esattamente il contrario. Sullisola cera una fortificazione a forma di croce al centro dei fossati di difesa, e nel suo mezzo si accedeva al seminterrato. Laltezza della fortezza dal livello 0 verso lalto era la stessa come verso il basso. Sono entrato in una galleria con candele e lanterne e ho scoperto un accesso verso 4 tunnel. Un tunnel attraversava lisola a valle e aveva unuscita verso lestremità meridionale, un altro tunnel aveva unuscita a monte ed era chiuso a causa dellinsabbiamento. Cerano altri due tunnel sottacqua che attraversavano il Danubio, uno sulla sponda romena e laltro sulla sponda serba. Avanzammo molto poco nella galleria che conduceva a valle dellisola, eravamo curiosi di vedere se potevamo attraversare sottacqua il Danubio fino alla sponda jugoslava. Siamo andati avanti e ad un certo punto siamo entrati in acqua e abbiamo camminato finché lacqua ci è arrivata alla vita. Siamo tornati e abbiamo appreso poi dai nostri genitori che quel tunnel era stato demolito quando il Danubio aveva una bassa portata. Un piroscafo vi era passato e aveva buttato giù la parte superiore del tunnel che si era allagato”.



    Lisola e la fortezza sono gli spazi isolati che più spesso le persone hanno immaginato come luoghi della felicità e della tranquillità. E su Ada Kaleh probabilmente non andremo mai per saperlo.




  • Stefano il Grande e la Moldavia del suo tempo

    Stefano il Grande e la Moldavia del suo tempo

    Il principe più importante della storia della Moldavia fu Stefano il Grande, che governò per 47 anni, nella seconda metà del XVesimo secolo e allinizio del successivo, tra il 1457 e il 1504. Il suo regno fu unimpresa in sé non solo per durata, in unepoca in cui linstabilità era allordine del giorno, ma anche dal punto di vista dellamministrazione del potere. Stefano il Grande seppe giocare in modo intelligente tra le potenze regionali Ungheria, Polonia e Impero Ottomano, come loro alleato e ma anche come nemico.



    Gli storici romeni del periodo romantico del 19° secolo hanno creato unimmagine eroica di Stefano il Grande e di una Moldavia forte e prospera. Ma anche durante un periodo di regno glorioso come quello di Stefano il Grande, la Moldavia rimase un principato alla periferia della civiltà europea. Dai documenti interni ed esterni dellepoca apprendiamo che era un territorio marginale, con persone senza possibilità materiali e con un alto grado di insicurezza. Lo storico e archeologo Adrian Andrei Rusu è lautore del più recente libro sul regno di Stefano il Grande. Rusu si concentra sulla civiltà materiale della Moldavia della seconda metà del XVesimo secolo e smonta le esagerazioni degli storici del periodo romantico e gli errori archeologici. Lo storico Ovidiu Cristea dellIstituto di Storia “Nicolae Iorga” ha affermato che, spesso, le discrepanze tra ciò che ci dicono gli autori dei documenti e gli storici si spiegano con la difficoltà di adattare il linguaggio e le conoscenze dal passato al presente.



    “Cito una dichiarazione del professor Rusu: la realtà medievale non poteva essere coperta dai dizionari delle lingue da cancelleria. E qui un ottimo esempio è stato dato da Umberto Eco. Analizzando il testo di Marco Polo, Eco ha detto che Marco Polo sosteneva di aver visto un unicorno perché, a sua conoscenza, ciò che aveva visto, che era un rinoceronte, non poteva essere tradotto in un termine adeguato. Utilizzando la sua conoscenza dei bestiari medievali, Polo parlò di un unicorno, anzichè di un rinoceronte. Lo stesso può accadere quando entriamo in contatto con oggetti apparentemente insoliti di cui non conosciamo lutilità”.



    Adrian Rusu afferma che lobiettivo della sua nuova ricerca è stato anche di portare il mondo moldavo del secolo di Stefano il Grande davanti agli occhi dei lettori di oggi attraverso le descrizioni più dettagliate dellesistenza quotidiana. È il caso della ricostruzione della residenza di Stefano il Grande, finora assente. “Ho dovuto ripercorrere tutte le informazioni archeologiche e architettoniche e mostrare che nel castello di Suceava Stefano il Grande aveva appartamenti principeschi. Aveva una sala con volta gotica con chiavi molto belle e, sorprendentemente, i principi moldavi avevano anche un bagno, un bagno con acqua fredda e uno con acqua calda. Cera anche un giardino assolutamente normale per tutte le corti principesche e reali delle vicinanze. Non era possibile che questi principi, in particolare Stefano il Grande, che ebbe un regno lungo e costante, ben radicato in tutte le aree della civiltà, fossero privati ​​di qualcosa che era abituale allepoca”.



    Adrian Rusu si è mostrato scettico anche sul dinamismo dellattività economica moldava. “Stiamo parlando del grande commercio che attraversava la Moldavia, da sud a nord, ma che trasportava solo pepe e seta, che non mossero la civiltà, perchè resero ricche solo poche persone. Furono altri ad arricchirsi, i sassoni della Transilvania, di Brașov e Bistrita, che vendevano in Moldavia chiodi, martelli, seghe, assi, tessuti, tutto ciò di cui la gente comune aveva bisogno. Furono tutti questi prodotti a spingere effettivamente la società in avanti. Si tratta anche di un gruppo di artigiani, che non rimasero in Moldavia. Venivano e lavoravano stagionalmente, ma lavoravano costantemente perché Stefano il Grande offrì loro un flusso di cantieri, garantì loro pagamenti, ed fu così che si nacque la serie di progetti architettonici commissionati che toccarono anche lapice stilistico”.



    In queste condizioni, come fu possibile un regno così lungo come quello di Stefano il Grande? “Si tratta chiaramente delle sue capacità personali. Luomo ha capito la sua epoca e ha capito i suoi concorrenti. Era chiaro che ogni anno del suo regno veniva minacciato da sfidanti che potevano spuntare da tutte le parti. Conosceva il suo Paese, si mosse molto bene, fu una strategia di governo che ereditò da Giovanni di Hunedoara. Se uno vuole conoscere il suo Paese, deve essere sempre in moto, farsi vedere al mondo. Non cera scritto da nessuna parte, ma si sapeva che un corteo era di un principe. Ci furono segni dellesibizione dellautorità principesca cui non fu data abbastanza attenzione, si tratta del modo in cui si presentava ai suoi sudditi.”



    Stefano il Grande è stato votato nel 2006 al concorso “Grandi romeni” il più grande romeno mai esistito. Ma conosciamo il principe e la sua epoca con laiuto di un linguaggio che resta del passato e che deve essere sempre adattato al presente.




  • L’esploratore romeno Iuliu Popper

    L’esploratore romeno Iuliu Popper

    Soprannominato “lultimo conquistador”, “re della Patagonia”, “alchimista”, “dittatore”, “barone della Terra del Fuoco”, lingegnere esploratore Iuliu Popper nacque a Bucarest il 15 dicembre 1857 e morì il 5 giugno 1893 a Buenos Aires, in circostanze poco chiare, alletà di 35 anni. Frequentò luniversità in Francia, il Politecnico e la Scuola Nazionale di Ponti e Strade di Parigi, conseguendo una laurea in ingegneria mineraria. Oltre alla sua attrazione per la scienza e la tecnologia, Popper ha anche mostrato un talento speciale per lo studio delle lingue straniere, parlando ben sette.



    Subito dopo aver ultimato gli studi, il giovane ingegnere iniziò a cercare lavoro. Il primo lo trova in Egitto, al Canale di Suez. Continuò a viaggiare in tutto il mondo, in Medio Oriente e in Estremo Oriente fino al 1881, quando tornò in Romania. Dopo una breve permanenza a casa, ripartì per lAsia, raggiunse lAlaska, gli USA e il Canada. Scese a sud, a Cuba e in Messico, dove lavorò come ingegnere, geografo, cartografo e giornalista. Nel 1885, mentre è era Brasile, Popper apprense la notizia della scoperta delloro nella Terra del Fuoco e partì per lArgentina dove iniziò la sua avventura in Patagonia.



    Con il supporto di una società di prospezioni geologiche, Popper andò nella Terra del Fuoco. Al suo ritorno presentò una convincente relazione e nel 1886 ci venne nuovamente inviato con la missione di fare prospezioni più estese. Era accompagnato da un altro ingegnere e da un team di specialisti minerari e metallurgici. Non si sbagliava, la sabbia della costa della Terra del Fuoco aveva più oro della Patagonia. Il team guidato da Popper scattò fotografie, fece misurazioni e realizzò mappe. Nel 1887 arrivò nella baia di San Sebastian dove costruì impianti di lavaggio della sabbia dorata e alloggi per i lavoratori assunti. La colonia costruita da Popper fu dotata di un edificio amministrativo e i romeni formò una piccola forza di protezione contro gli avventurieri in arrivo attratti dal miraggio delloro. Rusci persino ad estendere il numero di colonie. Sfortunatamente per lui, la società che lo aveva finanziato falli e fu costretto a tornare in Argentina nel 1889.



    Il Centro per lo Studio della Storia ebraica in Romania ha reso omaggio alla personalità di Iuliu Popper attraverso una mostra. La curatrice Anca Tudorancea ci ha presentato i reperti della mostra, con alcuni documenti inediti. “Si tratta dei fotogrammi ingranditi dallalbum fotografico del 1886, un album destinato a mostrare lesplorazione della Terra del Fuoco. In realtà è il primo reportage fotografico realizzato nella Terra del Fuoco, è una conquista scientifica, cartografica e geografica dellingegnere minerario Iuliu Popper. Accanto a questa illustrazione fotografica cè il testo della conferenza scientifica che tenne allIstituto Geografico Argentino nel 1887. Popper morì alletà di 35 anni e la sua ultima iniziativa scientifica fu lesplorazione dellAntartide. Il giorno della sua morte aveva ricevuto lapprovazione per una spedizione in Antartide. Popper fu il primo romeno a mettere piede su cinque continenti. Se pensiamo ai nomi romeni in Argentina, a lui si deve il fatto che si parli di Rio Carmen Sylva, Sierra Carmen Sylva, Urechea, Lahovary o Rosetti”.



    Nel 1887, Popper scrisse a Vasile Alexandrescu Urechia, segretario della Società Geografica Romena, delle attrazioni che provava come esploratore, attrazioni ancora più grandi del miraggio delloro: “Non descriverò più le emozioni suscitate dalle vicissitudini e dagli incidenti di un viaggio in cui non ci sono altre cause che lago magnetico e le indicazioni dellimmensa volta del cielo; i paesaggi grandiosi che si aprono inaspettatamente davanti agli occhi del viaggiatore; i continui incidenti orografici, idrografici e geologici; la flora e la fauna, così variegate, che spuntano come per miracolo in luoghi dove nessun essere umano ha mai messo piede – ma quanti altri fenomeni naturali non avvengono in questa terra dove la civiltà compie i suoi primi passi.” Questo è ciò che ha voluto sottolineare anche Anca Tudorancea, ovvero la complessa personalità dellesploratore.



    “Popper è un argomento interessante in tutti i suoi aspetti, e ad un certo punto dobbiamo parlare di cosa cera di positivo e di cosa cera di negativo. Ad esempio, si parla dellaspetto che aveva, se fosse biondo o dai capelli rossi. A causa degli stereotipi viene rappresentato come uno dai capelli rossi, ma “rubio” significa biondo. Proprio come negli ultimi 10 anni della sua vita ha parlato e scritto in spagnolo in modo impeccabile, anche noi dobbiamo parlare un po di spagnolo per capire meglio il romeno Popper. Scrisse lettere straordinarie, di straordinario patriottismo, alla Società Geografica Romena, in cui dice sempre “Sono romeno, sono nato romeno, morirò romeno”. Lironia era che non aveva mai avuto la cittadinanza romena perché si trovava nella stessa situazione di quelli della comunità ebraica. A lui si devono i nomi romeni nella Terra del Fuoco e fu un gesto damore verso la Romania, in particolare verso la Casa Reale di Romania, patrona della Società Geografica”.



    Iuliu Popper è presente non solo nella storia dellArgentina e in articoli specializzati, ma ispirò anche autori di letteratura, fumetti e film. E il suo nome è stato persino preso da un gruppo rock cileno.




  • Carmen Sylva, la regina-scrittrice

    Carmen Sylva, la regina-scrittrice

    Elisabeth Pauline Ottilie Luise de Wied nacque il 29 dicembre 1843 nel Ducato di Nassau, lodierno Land della Renania-Palatinato, nella Germania occidentale. Ventisei anni dopo, nel 1869, sarebbe diventata regina della Romania, Paese dellEuropa orientale che era stato sotto linfluenza ottomana per quasi quattro secoli e che che stava cercando la sua strada verso la modernizzazione. Sposata con il principe Carlo I di Hohenzollern-Sigmaringen tre anni dopo linsediamento di questultimo sul trono della Romania nel 1866, Elisabetta si identificò totalmente con la sua missione di sovrana: fu accanto al marito e alla nazione romena in tutti i momenti-chiave della storia. Si dedicò alla cura dei feriti sul fronte della Guerra dIndipendenza del 1877-1878, fondò la Società “Regina Elisabetta”, che gettò le basi del sistema caritatevole in Romania, sostenne programmi sociali per le persone a disagio. Testimonianze dellimpegno della regina ci sono ovunque nella storia della Romania della seconda metà del XIX secolo e gli storici hanno scritto libri dedicati alla sua personalità.



    La regina Elisabetta fu, però, anche unintellettuale nel vero senso della parola. Non fu solo una mecenate in Romania, fu anche scrittrice e traduttrice, fortemente influenzata dalla spiritualità cristiana. Scrisse sotto il nome darte Carmen Sylva più di 1000 poesie, 90 racconti raccolti in quattro volumi, 30 opere drammatiche e quattro romanzi. Il suo lavoro è stato tradotto in romeno da grandi nomi della letteratura romena come Mihai Eminescu, George Coșbuc, Mite Kremnitz e Adrian Maniu. I suoi interessi culturali e il suo pensiero corrispondevano alla sua presenza fisica. Dallo scrittore francese Pierre Loti (1850-1923) abbiamo una descrizione realistica della prima regina di Romania: “la regina è alta, i suoi occhi sono azzurri e un po insicuri; guarda da vicino gli occhi degli altri per indovinare i loro pensieri più rapidamente. Le sopracciglia finemente arcuate hanno una mobilità straordinaria; la bocca armoniosa è abituata a sorridere, rivelando denti bianchissimi e belli. Sotto questo bagliore di intelligenza, gentilezza, sincerità con cui saluta i suoi ospiti per farli stare meglio, cè lombra di una profonda modestia, un ingenuo stupore quando risponde allappellativo “Maestà”… Un apparente oblio del rango, che fa risaltare ancora di più il bagliore che sa controllare.”



    Le ultime apparizioni editoriali dei lavori della regina Elisabetta includono due tipi di scrittura che rimangono inediti. Si tratta della corrispondenza con il marito Carlo I, in due volumi, dal titolo “Con tenero amore, Elisabetta… Sempre tuo fedele, Carlo”, e del libro di riflessioni e saggi intitolato “Parole dallAnima”. La scrittrice Tatiana Niculescu ha commentato il volume “Parole dellAnima” e ha sottolineato la profondità spirituale della sovrana.



    “Io, prima di leggere i due volumi, avevo unimmagine piuttosto statica della regina Elisabetta, limmagine di una regina-effigie, di una donna decorativa, come vediamo nei film o nelle biografie molto popolari. La sua corrispondenza mi ha, però, rivelato una donna straordinaria, estremamente viva e sottile in tutto ciò che ha scritto. La corrispondenza, come anche “Parole dellAnima”, sono momenti di riflessione personale. È un libro di storia, è un recupero del pensiero essenziale della regina Elisabetta, ma è forse anche un libro di preghiere, un libro di pensiero teologico o un diario spirituale. Probabilmente sono tutti questi in un unico libro. Siamo di fronte a una regina che, alla fine dellOttocento, aveva già una spiritualità cristiana così ben coagulata e viva, in un mondo pieno di esitazioni, approssimazioni, di varie visioni in termini di teologia cristiana e pensiero cristiano».



    Dal canto suo, la scrittrice Tania Radu ha mostrato come leducazione religiosa della regina Elisabetta labbia aiutata ad essere una persona così buona e apprezzata dagli altri. “Abbiamo davanti a noi un libro terapeutico grazie alla dimensione della sua autenticità. La regina Elisabetta ha alzato di molto il livello dellesperienza spirituale dellesistenza, della vita, soprattutto quando si è in un ruolo di leadership, in un Paese ancora in formazione. Re Carlo I ha svolto questo ruolo in un modo del tutto eccezionale e ora impariamo più dettagliatamente qual era il ruolo della regina Elisabetta al suo fianco. La principessa Elisabetta era stata educata in modo estremamente accurato e ben al di là di quanto era consueto nelle case principesche dellepoca. Un esempio dei metodi utilizzati è stato il fatto che le lezioni di religione le erano state impartite dalla madre e si tenevano tutti i giorni alle 6 del mattino. Questa disciplina apparentemente austera e opprimente lha resa alla fine un essere straordinariamente sensibile, straordinariamente affettuoso e generoso, pur conservando la fibra autorevole di chi ha una guida spirituale ed è guidato da essa”.



    La regina-scrittrice Elisabetta fu allaltezza delle esigenze dei suoi tempi fino alla fine. Rimase al fianco di Re Carlo I per 45 anni, fino alla morte di questultimo nel 1914. E il 18 febbraio 1916 si spense anche lei, alletà di 72 anni.




  • Stalin e la Regione Autonoma Ungherese

    Stalin e la Regione Autonoma Ungherese

    Il 1 dicembre del 1918, alla fine della Prima Guerra Mondiale, tramite il voto espresso ad Alba Iulia, la Transilvania, territorio dellAustria-Ungheria abitato da una popolazione in maggioranza romena, ma anche da una consistente popolazione ungherese, entrò a far parte del Regno di Romania. La guerra tra il Regno di Romania e la Repubblica Sovietica Ungherese che scoppiò nel 1919 e si concluse con loccupazione di Budapest dallesercito romeno consolidò latto del 1 dicembre 1918. Il Trattato del Trianon firmato il 4 giugno del 1920 sancì il crollo dellUngheria. Essa perdeva due terzi del suo territorio: Slovacchia, Transilvania, Maramureș, Banato e Croazia, la maggior parte di questo territorio entrando a far parte della Romania. In conformità con gli impegni assunti nei confronti delle grandi potenze e con la politica di tutela delle minoranze nazionali della Società delle Nazioni, la Romania garantì alle minoranze i diritti stipulati nei trattati internazionali.



    Nel primo dopoguerra, tra il 1918 e il 1940, le relazioni bilaterali romeno-magiare furono quasi congelate. Il revisionismo promosso dallUngheria raggiunse lapice nel 1940, quando in seguito allarbitrato di Vienna del 30 agosto del 1940, la Germania e lItalia costrinsero la Romania a cedere allUngheria la Transilvania Settentrionale, quasi metà del territorio della provincia. Alleate di circostanza con la Germania durante la Seconda Guerra Mondiale, Romania e Ungheria pensavano, però, al futuro delle relazioni bilaterali. Il 23 agosto del 1944, la Romania lasciava lalleanza con la Germania e si affiancava alla coalizione delle Nazioni Unite, il principale motivo essendo il desiderio di recuperare la Transilvania Settentrionale, come rivelano i documenti diplomatici. Stefano Bottoni, docente dellUniversità degli Studi di Firenze, è autore del volume “Leredità di Stalin in Romania. La Regione atuonoma ungherese 1952-1960”. In una recente conferenza pubblica allAuditorium romeno di Bucarest, Bottoni ha parlato del modo in cui ha ragionato Stalin nella vertenza romeno-ungherese sulla Transilvania Settentrionale.



    Alla firma del Trattato di pace di Parigi del febbraio 1947, la Romania andava con almeno un vantaggio importante: la cessazione della lotta contro i sovietici e il fatto che si era affiancata a loro nelloffensiva contro gli eserciti tedesco-ungheresi. Liberata il 25 ottobre del 1944 dallesercito romeno, la Transilvania Settentrionale era rimasta, però, sotto occupazione sovietica. Alle autorità romene fu consentito il ritorno nella zona solo dopo che re Michele cedette al ricatto sovietico e incaricò Petru Groza, stretto collaboratore di Mosca, a formare un nuovo governo controllato dai comunisti. Ma la situazione non era per niente chiara. La nuova diplomazia romena faceva grandi sforzi presso i sovietici per sostenere la propria causa, in concorrenza con la diplomazia ungherese.



    Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la frontiera romeno-ungherese ridiventava quella fissata nel 1920. Ma lepopea della Transilvania non si era ancora conclusa. LURSS era stata daccordo con gli argomenti della Romania, ma voleva dare soddisfazione anche ai comunisti ungheresi. Così, nel centro della Romania, appariva la Regione Autonoma Ungherese, formata di tre province: Covasna, Harghita e Mureș. Stefano Bottoni ha parlato nella conferenza a Bucarest anche della nuova formula di Stalin per estinguere il conflitto romeno-ungherese.



    La Regione Autonoma Magiara funzionò fino al 1956, quando la rivoluzione anticomunista in Ungheria portò alla perdita del sostegno da parte di Mosca. Riformata nel 1961, la Regione Autonoma Magiara fu sciolta nel 1968 in seguito alla riforma amministrativa di Nicolae Ceaușescu.





  • Alexandru Bârlădeanu, oppositore del regime di Ceaușescu

    Alexandru Bârlădeanu, oppositore del regime di Ceaușescu

    Nei quasi 25 anni in cui dirisse la Romania, tra il 1965 e il 1989, Nicolae Ceaușescu ebbe un modo brutale, capriccioso e intollerante di manifestare la sua personalità. Dal punto di vista economico, il suo pensiero fu un disastro, fatto dimostrato anche dal tenore di vita dei romeni soprattutto negli anni 1980. Purtroppo, non molti ebbero il coraggio di opporsi al suo regime e chi lo fece fu allontanato o si dovette ritirare. Uno degli oppositori di Ceaușescu fu leconomista Alexandru Bârlădeanu.



    Nato nel 1911 nel sud della Repubblica di Moldova, allepoca parte della Russia zarista, Bârlădeanu diventò membro del partito comunista nel 1943. Dopo il 1944 ricopri incarichi molto importanti nella gerarchia del partito. Fu uno degli stretti collaboratori di Gheorghe Gheorghiu-Dej, soprannominato “Lo Stalin della Romania”, ricopri incarichi di ministro e varie posizioni nellassemblea legislativa. Dopo la morte di Dej, nel 1965, diventò riformista ed entrò in conflitto con Nicolae Ceaușescu, il nuovo leader. Nellestate del 1989 fu uno dei 6 firmatari della lettera rivolta a Ceaușescu in cui veniva chiesto al dittatore di avviare le riforme. Nel 1990 diventò deputato, fino al 1992, e si spense a 86 anni, nel 1997.



    In unintervista del 1995 al Centro di Storia Orale della Radiodiffusione Romena, Bârlădeanu si ricordava che le divergenze con Ceaușescu erano apparse sin dal nono Congresso del Partito Comunista del 1965, al quale Ceaușescu veniva eletto leader del partito. Il diasaccordo fu sullincidenza degli investimenti sul consumo. “Ci fu questa divergenza con Ceauşescu sulla divisione del reddito nazionale tra il fondo di consumo e il fondo di raccolta. Io ne parlai nel mio discorso. Mostrai che aumentare la quota degli investimenti significava sacrificare il tenore di vita e diminuire gli investimenti significava ritardare lo sviluppo. Dissi, e a questo punto ci fu unaltra divergenza, che la proporzione in cui si faceva questa divisione dipendeva dallarte politica o dal senso politico. Ceauşescu sosteneva sempre che fosse una questione scientifica. Non era un problema scientifico, bensi un problema darte politica, di senso politico.”



    Il passare del tempo rese ancora più forte lantipatia tra i due. Essa si acutizzò nel 1966, quando in Romania fu vietato laborto. “Lungo il tempo abbiamo avuto diverse divergenze o punti di vista opposti su alcuni problemi concreti. Uno fu il problema degli aborti. Proprio nellestate in cui fu eletto, mentre ero in ferie al mare, Ceauşescu convocò una seduta del Comitato Esecutivo. Io venni da Costineşti a questa seduta e lui sollevò inaspettatamente il problema degli aborti. Mi dichiarai contrario. Dissi che il problema non era stato studiato, che andava prima studiato e che non si poteva prendere una decisione immediatamente. Fui sostenuto da Maurer, il quale disse anche lui che la questione andava prima studiata. Ma Ceauşescu ebbe uno scoppio dira. Disse “il compagno Bârlădeanu, con questa proposta, mira a sostenere la prostituzione in Romania”.



    Un altro motivo di dissenso fu la dimensione delle masserie contadine. Poi Bârlădeanu decise di andare in pensione invocando una malattia. “Ceauşescu voleva ridurre le masserie a 500 metri quadri. Non mi ricordo dati esatti, ma cerano sempre punti di vista diversi che rendevano ancora più forte almeno la mia antipatia nei confronti di Ceauşescu. Fino al punto in cui, nel 1968, ci siamo contraddetti su un problema e ho detto di non accettare più. Tante volte avevo voluto andarmene. Siccome avevo una malattia del sangue, un medico di Parigi, un celebre ematologo che mi aveva visto, è stato daccordo di rilasciarmi un certificato in cui cera scritto che se non andavo in pensione e continuavo a lavorare, cerano 7 su 10 possibilità che ciò mi fosse fatale. E ho presentato quel certificato a Ceauşescu”.



    Lautoemarginazione di Bârlădeanu avvenne, quindi, nel 1968, in quanto il conflitto continuo non poteva portare a niente di buono. “Io ero presidente del Consglio Scientifico e anche da questa posizione ebbi divergenze con Ceauşescu. A un certo punto, gli presentai un materiale su come vedevo io la riorganizzazione del Consiglio e del campo della scienza. Per qualche giorno non mi diede alcuna risposta. E gli chiesi se avesse letto il mio materiale. La sua risposta fu eloquente. “Tu insegni a me cosa vuol dire la scienza?” Era quello che aveva capito lui dal mio materiale in cui proponevo misure, che io volevo insegnargli cosa volesse dire la scienza! Nel 68 decisi di non associarmi più alla politica fatta da lui. Mi era chiaro che dal punto di vista economico avrebbe provocato un disastro. Del resto, lo dissi a tanti, parlai apertamente.”



    La vittoria di Ceaușescu contro i suoi oppositori significò un regime di estrema austerità per la Romania. Che fini nel 1989, in concomitanza con gli altri regimi nellEuropa centro-orientale.